sabato 4 aprile 2009

[fantascienza] I contemporanei - I primi dopo gli antichi persiani (The First since Ancient Persia - 1990) di John Brunner (1934-1995)


Pubblicato su Intercom: http://www.intercom-sf.com/modules.php?name=News&file=article&sid=456


In questa breve novella John Brunner mostra con abilità come la figura del mad doctor sia passibile di evoluzione e aggiornamento ai nostri tempi senza perdere l'allure che le deriva dal brivido del proibito e dal carisma negativo che la caratterizza sin dal moderno prototipo frankensteiniano. Anzi, dal solido reticolo di riflessioni e riflessi scientifici, economici, geopolitici e sociali in cui Brunner l'avvolge, il professor Snider emerge via via vivificato: laddove il modello classico apparirebbe anacronistico, proprio l'attenta ricostruzione da parte dell'autore di una personalità, al passo con i tempi, di scienziato spericolato, perfettamente consapevole della e inserito nella temperie economica e politica della nostra epoca lo rende figura realistica e lo colorisce di ombre sinistre in modo diverso da un Frankenstein, ma più concretamente pericoloso. Anche gli assistenti del professore sono caratterizzati come scienziati e tecnici di oggi; così la storia che ne deriva assume quasi i toni del reportage appena drammatizzato per scopi narrativi. E moderno è anche l'eroe positivo - anzi l'eroina - che si contrappone a Snider. Una giovane donna americana, Elsa Kahn, indipendente e sicura di sé, abituata a girare il mondo in lungo e in largo e che incappa in Snider casualmente, nelle vaste piane della Pampa argentina. Una donna che, senza cedimenti di Brunner ad alcun fanatismo, immaginiamo e osserviamo sensibile agli argomenti politicamente più delicati dei nostri tempi: dall'equilibrio degli ecosistemi alle necessità alimentari mondiali; dalle relazioni internazionali a quelle interindividuali; dalle modalità della ricerca scientifica alla ricaduta delle sue applicazioni pratiche. Nulla di sorprendente: l'autore britannico è stato scrittore politico quanto altri mai. E se, economicamente stremato dopo il fallimento di vendite dei grandi (anche per mole) romanzi scritti tra la fine degli anni '60 e la metà dei '70, egli non è più stato incisivo sulla forma lunga, la lettura di questa breve novella è indicativa di come i suoi interessi speculativi non fossero cambiati, e di come le sue capacità di analisi ed estrapolazione non fossero certo venute meno. A confronto con le opere di allora vi è come un ammorbidimento stilistico, una adesione a modalità di scrittura canoniche e quindi tranquillizzanti per i lettori, ma i temi affrontati, la vis della denuncia e la lucidità critica sono ben presenti.
Come ben presente è il Brunner narratore, che sin dalle prime battute svolge il racconto con maestria. Veniamo introdotti nella vicenda con passo lento ma non rilassato: l'attenzione del lettore è risvegliata praticamente da subito dal tono ansiogeno delle scene iniziali, dal viaggio in autobus di Elsa in una Pampa desolata e opprimente, e desolata e opprimente in primo luogo dal punto di vista antropologico, come è chiaro da subito o quasi. Brunner scandisce un incipit da film dell'orrore: la giovane donna scende dall'autobus in un paesino che ci viene mostrato come il paradigma dell'arretratezza mentale, della miseria fisica e spirituale - e della paura per l'esterno, l'intruso, l'outsider incomprensibile per la gente del luogo: che sia una donna che viaggia sola o lo scienziato/stregone e la sua corte asserragliati nella loro fortezza; ma c'è qualcosa di più, lo si capisce e lo capisce Elsa. La risposta a cosa sia quel più, Elsa potrà averla solo nella fattoria sperimentale del professor Snider dove è costretta a rifugiarsi per sfuggire all'odio dei locali per quel che lei, donna indipendente, rappresenta; giungerà da Snider quasi morta, completando la prima parte della novella con il (momentaneo) rilascio della tensione orrorifica accumulata.

E' nella seconda parte della storia che Brunner innesta la fantascienza sull'horror e, lentamente, inavvertitamente, in modo chiaro quasi solo da ultimo, la fa prevalere come nucleo tematico. Ma il tono e la grammatica del racconto restano prevalentemente orrorifici, conferendo una robustezza e una forza d'impatto sul lettore che rafforzano con naturalezza la tesi che l'autore avanza: la continua, incessante, demente ricerca da parte degli uomini del potere che deriva da armi sempre più potenti: le buone o le cattive intenzioni perdono ogni rilevanza dinnanzi al nudo fatto. Le ultime battute della storia spiegano infine il titolo, fin lì rimasto incompensibile. Nel destino - che non rivelo - dei nuovi soldati Immortali (dal nome di quelli che formavano la guardia scelta del Re dei Re persiano) e con loro di tutta l'umanità, troviamo quella demenza: un destino perseguito nonostante la sua chiarezza. La catastrofe perseguita nonostante la sua matematica consequenzialità. Non è difficile scorgere un parallelo con la dissennatezza con la quale l'umanità gestisce da decenni il pianeta: anche qui le conseguenze, benché meno nette e più lente, appaiono chiare.


John Brunner (a sinistra) con Theodore Sturgeon

La rilevanza di questo core sociopolitico non vela per nulla il valore letterario della storia. All'angosciante e vivida descrizione della pianura argentina con i suoi paesi immiseriti e la sua abbrutita umanità pampera, Brunner fa seguire la claustrofobica e tecnologica ambientazione alla fattoria sperimentale, con la contrapposizione progressiva tra Elsa e Snider, spesso mediata dagli altri personaggi: la moglie di Snider Greta, Hutt e sua moglie, e soprattutto Felipe Diaz. Felipe che, con il giovanissimo Juan nella prima parte, è il personaggio più autenticamente letterario e che evade dalla logica funzionale del racconto. Per entrambi è caratterizzante il rapporto con Elsa, e particolarmente il confronto con il suo spirito di indipendenza e libertà e con il suo coraggio. Il destino dei due è tanto un tocco di - pessimistico - realismo sugli esseri umani, quanto una metafora - realistica - del meglio e del peggio di tutti noi. Entrambi sono più di questo: vittime - e non solo simboli, ma autentici esseri umani - di logiche in-umane.

La novella fu originariamente pubblicata sulla veneranda Amazing Stories e in seguito antologizzata nel colossale volume Supernovae, il Best of annuale del 1990 curato da Gardner Dozois. In Italia è stata pubblicata da Interno Giallo nel volume Supernovae, appunto, e in seguito nel Millemondi Inverno 1996 che presentava la seconda parte della corposa antologia di Dozois. Da allora non è più stata ristampata.

giovedì 2 aprile 2009

[fantascienza] Il classico - Considera le sue vie (Consider her ways - 1956) di John Wyndham (1903-1969)


Pubblicato su Intercom: http://www.intercom-sf.com/modules.php?name=News&file=article&sid=452

Tra la pubblicazione del racconto Jizzle (1949) e quella del romanzo Il lichene cinese (1960) corre circa un decennio; è quello del grande fulgore creativo di John Wyndham, al quale l'autore giunge dopo una carriera letteraria iniziata nel 1931 e poi interrottasi per la guerra e vicissitudini varie, e dopo il quale produrrà ben poco di significativo a parte il delizioso romanzo Chocky. E' dunque nel pieno di questo periodo di grazia che egli scrive e pubblica questa breve novella, una delle storie più celebri della fantascienza, e non solo di quella britannica.

Con una semplificazione probabilmente eccessiva ma che mantiene una sua sintetica validità, Wyndham viene spesso ricordato come il primo esponente di una fantascienza di genere squisitamente "british" nelle atmosfere, psicologie, rappresentazioni della realtà, e che avrà i suoi temi privilegiati nella catastrofe e nella reazione dell'uomo all'evento catastrofico, che da naturale nello stesso Wyndham e in John Cristopher diverrà primariamente mentale e della coscienza con James Ballard. Fantascienza che si contrappone per solito non solo agli autori americani, ma anche ai principali altri esponenti della fantascienza britannica a Wyndham contemporanei e più aderenti ai moduli USA, Eric Frank Russell e Arthur C. Clarke. Come dicevo, pur nella sua schematicità l'assunto non appare inesatto.

Storia sicuramente a tema, Consider her ways non è inficiata da alcuno dei difetti che a volte presentano le narrazioni con un'idea di fondo da (di)mostrare. Storia per certi versi tipica, é contemporaneamente atipica nella produzione matura dello scrittore. Sostenuta da uno stile straordinariamente ricco nelle descrizioni e finissimo nell'analisi dei caratteri e dei personaggi, una lingua che appare naturale definire come plastica e morbida e che la lettura in inglese permette di assaporare al meglio, la novella appare atipica nel mettere in scena quella che è una classica utopia - o antiutopia a seconda dell'angolo visuale - realizzata, ma è anche perfettamente coerente con la produzione wyndhamiana maggiore nel rappresentare le conseguenze di un evento catastrofico di immani proporzioni. Nella sua introduzione alla pubblicazione della novella su Robot n.27 nel 1978, Giuseppe Lippi la definisce come "fantascienza al femminile", ma non femminista. Forse. Ma forse è davvero una storia femminista; e dolorosamente femminista; o, comunque una requisitoria tanto dura e amara quanto inappuntabile e inattaccabile.

Un'epidemia devastante spazza via pressoché metà della popolazione umana: quella maschile; un'ipotesi narrativa allora non così ovvia come può apparire oggi. Questo è quanto apprende Jane Waterleigh, la protagonista, nel corso del suo colloquio con Laura, una storica che è l'altro personaggio principale della novella. Jane si era svegliata improvvisamente in un corpo non suo, in un mondo non suo e completamente diverso dall'Inghilterra del XX secolo: magistrale la rappresentazione di come ella prenda progressivamente coscienza del nuovo sé e della nuova realtà esterna, e di come in parte non vi riesca mai. Il meccanismo per il quale Jane è giunta nel futuro (e poi tornerà nel suo presente) è prevedibilmente la cosa meno interessante del racconto, ma è tuttavia ingegnoso per una storia di qualche decennio addietro. Il colloquio tra le due donne è la scena centrale e caratterizzante della storia, e il loro confronto dialettico è una splendida prova retorica di Wyndham. Laura narra dunque del tremendo spaesamento causato dalle prime fasi della malattia; del collasso della civiltà come conosciuta che ne segue; dell'ovvia ascesa della casta medica, la sola che potesse elaborare la tecnica che avrebbe permesso di perpetuare la specie; e infine del faticoso processo di riorganizzazione secondo un nuovo ordine sociale e spirituale che viene edificato, e che introduce un'epoca di pace. Non che debbano essere solo rose e fiori - e non solo da un'ottica maschile - a dispetto del racconto entusiastico della storica. L'ombra sinistra di alcuni tratti (eterni?) dell'umanità permane, e dietro la ragionevolezza e la pace conquistate si intravede la tendenza dell'Homo Sapiens a esercitare il proprio (pre)potere sui membri della propria specie, o quanto meno e quanto meglio a dirigerli con soavità e benignità. Così come vi è un ovvio prezzo da pagare in termini di elaborazione culturale e scientifica, figlie ovvie di "tempi interessanti". Tuttavia la pace raggiunta è un fatto inoppugnabile, come anche il volto di ben maggiore equità con il quale la civiltà delle donne ci si presenta rispetto a quello di Jane e quindi al nostro; seppure a costo di essere, nonostante il bisticcio di parole, non poco paternalista. All'oratoria appassionata, eppure spassionata e analitica di Laura che squaderna con spietatezza e puntiglio tutti gli orrori del nostro legato patriarcale, Jane non riesce a opporre che una visione hollywoodiana della vita dei suoi tempi, una difesa dell'amore che ha una profondità da Baci Perugina (ma non la ha di certo il modo in cui Wyndham le fa esporre i suoi argomenti, chiamandoci a correi di tali tempi che attraversano tutta la storia). Lippi scrive che "non sa far di meglio che invocare Romeo e Giulietta": e ha ragione. E' spiazzante: perché in certo modo quello di Jane è ovviamente il nostro punto di vista; man mano lo vediamo assumere sempre più i toni della petulanza e poi di un infantile capriccio a fronte della logica di Laura: la scomparsa di tutti gli uomini dalla faccia della Terra resta naturalmente un accadimento mostruoso, ma l'analisi da parte della storica delle miserie e obbrobrii della nostra società, della civiltà edificata nei millenni, ci appare di una lucidità ed esattezza inesorabili.

Jane tornerà infine al suo/nostro tempo, e prevedibilmente tenterà di impedire l'insorgere dell'epidemia: il finale beffardo mostra il limite del suo successo. Fatta nuovamente la tara alla ovvia mostruosità della distruzione del genere maschile, Wyndham si produce qui nella sua notazione più amara, facendo emergere nella distorsione distopica come troppo spesso il peggior nemico del genere femminile possano essere le stesse donne.

Il racconto è disponibile online in inglese:
Consider her ways http://arthursclassicnovels.com/wyndham/conway10.html

Come anche altri due dell'autore:
The Stare http://arthursclassicnovels.com/wyndham/stare10.html

More spinned against...
 http://arthursclassicnovels.com/wyndham/spinned10.html

lunedì 23 marzo 2009

Pane e libertà - Giuseppe Di Vittorio (sceneggiato tv di Alberto Negrin)


Luci e ombre. Forse, nel complesso, più ombre che luci nello sceneggiato in due puntate diretto da Negrin; pure, sarebbe un peccato farsi condizionare solo dagli aspetti meno convincenti, o addirittura negativi: nella sua imperfezione è un'opera comunque importante, e per certi aspetti perfino coraggiosa. E sarebbe stato un peccato non vederlo.

le luci, allora. Intanto la recitazione: e visto che si tratta di un'opera cinematografica, nel senso lato applicabile alla televisione, non è certo aspetto secondario. Da anni e anni ormai divenuti decenni, il livello della recitazione nelle opere televisive italiane era scaduto fino a livelli canini. Qui no. Il Giuseppe Di Vittorio di Pierfrancesco Favino è intenso e perfino credibile, e si giova di un'interpretazione sensibile quanto vigorosa dell'attore, che riesce a bypassare anche le - troppe - cadute nella retorica della sceneggiatura. Bellissima sorpresa il ritratto di Bruno Buozzi fornito da un Francesco Salvi maturo e misurato quanto umano e commovente. E in genere tutto il cast è stato un buon due spanne sopra tutta la fiction italiana che mi sia capitato di vedere o anche solo occhieggiare quanto meno da un paio di lustri a questa parte. Tra le luci rientra naturalmente l'idea stessa di fare un film su Di Vittorio. L'agiografia non è stata evitata in toto, questo no, e anzi lo sceneggiato ricostruisce una sorta di vero e proprio santino del padre nobile del sindacalismo italiano, componendone la storia della vita più attraverso lo scandire di momenti e fatti decisivi che non attraverso un approfondimento reale delle lotte e del pensiero. E tuttavia l'aver mandato in onda su Rai Uno un film positivo sul sindacato, e su un sindacalista che ha lottato (uscendone per altro sconfitto) per l'unità sindacale, in un momento come quello che stiamo vivendo, è notevole. Laddove oggi osserviamo il disfacimento finale di un sindacato che pare aver completamente sovvertito la propria missione originaria e smarrita la propria identità costitutiva, e laddove una strategia non secondaria - e non da oggi - delle forze politiche è quella di frammentare in ogni modo la rappresentanza sindacale in modo da poter indebolire tutti i lavoratori - laddove oggi accade questo, mostrare sul canale ecumenico per eccellenza della tv di stato una storia che veicola, in modo forte e deciso, il concetto che senza unità del mondo del lavoro la sconfitta è inevitabile, è un atto comunque di coraggio: anche se poi non si scava più di tanto in profondità e non si sfugge a una qualche oleografia. Da essa oleografia si risollevano gli schizzi, più o meno corposi, di Togliatti, De Gasperi e Scelba, dei quali, e soprattutto del primo, non vengono risparmiati gli aspetti negativi e le doppiezze. Oggi è forse fin troppo facile, ma la riflessione impostata sugli errori del comunismo togliattiano rischiara molto gli avvenimenti successivi della nostra storia fino agli anni '90, ed è utile perfino a una interpretazione degli errori più recenti della sinistra. O meglio della "sinistra".

Meno riuscita, come anticipavo, l'operazione di inserire realmente la figura e la lotta di Di Vittorio nel contesto storico degli anni che vanno da prima della I Guerra mondiale fino alla sua morte nel 1957. La frammentazione narrativa, il bozzettismo che a volte prende il sopravvento, e l'ormai sclerotizzato vizio e vezzo della tv italiana a comporre santini, impediscono una reale disamina analitica complessiva sull'azione di quel movimento sindacale che ha davvero mutato volto ai rapporti interni alla strutturazione del mondo del lavoro, e che in ultima analisi ha potentemente contribuito a far entrare l'Italia nel mondo civile. Azione che oggi va vanificandosi; per cui anche un santino imperfetto può, imperfettamente, contribuire, se stimoli la curiosità e il desiderio di informarsi: il film evidenzia la lotta di Di Vittorio per la centralità dell'educazione - e quindi dell'informazione - per l'affermarsi di una coscienza critica individuale e sociale. E fa rabbia che oggi, che la possibilità di conoscere e informarsi è massima, ci sia troppo spesso un rifiuto noncurante di questa istanza vitale.

Dà infine fastidio davvero, tra le ombre, questa inutile falsificazione storica: http://www.carmillaonline.com/archives/2009/03/002977.html. Pur con tutto questo, si è trattato di un'opera che nel complesso non posso non valutare positivamente. Sotto il profilo squisitamente filmico, soprattutto. Ma senza dimenticare l'utilità che può rappresentare a livello di riflessione critica. E ancor più non sottovalutandone un certo coraggio dopo anni e anni di ciarpame ideologico ed estetico su santi, preti e papi assortiti.

sabato 14 marzo 2009

[fantascienza] I contemporanei - Specchi irriflessi (The Tain - 2002) di China Miéville (1972- )


Pubblicato su Intercom: http://www.intercom-sf.com/modules.php?name=News&file=article&sid=447"

Affermatosi con la monumentale trilogia fantastica di New Crobuzon, iniziata con Perdido Street Station, lo scrittore inglese China Miéville è ormai uno dei più noti autori britannici del settore. La lunga novella Specchi irriflessi fu pubblicata in origine in volume, e in seguito antologizzata da Pete Crowther nel corposo volume Cities, poi tradotto in Italia per Fanucci come Le città del futuro. Miéville si conferma qui scrittore stilisticamente elegante e ricercato, interessato a una narrativa che coniughi un forte impegno sociale e politico con una qualità letteraria molto elevata (peccato che il volume Fanucci presenti più di un errore di stampa che salta all'occhio), e con il recupero degli stilemi di una letteratura di gusto barocco e immaginifico: Miéville cita tra le sue fonti ispirative privilegiate Lovecraft. Non è dunque casuale né leziosa la frase di Borges posta a chiusura della novella e dalla quale l'autore trae il nucleo narrativo della vicenda, la figura messianica del Pesce dello Specchio, mito inventato e letterario che si fa paradigma mitico del riscatto dall'oppressione e della santità della vendetta, presagio di un ciclo che sembra non potersi spezzare. Né è casuale o fuori luogo la citazione lovecraftiana che vi si accompagna e che sottolinea e dà forma alla cifra onirica e a tratti delirante della novella.

Una Londra spettrale e diroccata è il "personaggio" di maggior rilievo stilistico, giustificando appieno l'inclusione della novella nella galleria di visioni urbane future raccolte da Crowther. Una Londra distrutta da un'invasione più che aliena. Non sono extraterrestri gli esseri che si sono avventati contro l'umanità senza concedere quartiere né mostrare pietà. Gli Imago sono creature più che aliene, dicevo, eppure incredibilmente vicine e consustanziali a noi: i nostri riflessi, come dice infatti il loro nome. Sin dalle epoche antiche le superfici riflettenti (acqua, pietre e metalli levigati, gioielli, vetro e infine specchi) erano le trappole che costringevano tali creature a mimare l'universo dell'uomo: gli oggetti, gli animali, e soprattutto gli esseri umani. A mimarlo con dolore: assumere fattezze umane, o comunque essere forzati a costruire l'immagine riflessa del mondo umano, costringere la propria sostanza informe e multiforme nella fissità della forma, è per gli Imago fonte di dolore, fisico e spirituale. E' una prigionia alla quale si finisce per rassegnarsi, sfruttando ogni minimo interstizio per avere sollievo, ma la cui natura non si può sfuggire: essere alla merce' dell'altro. Pochissimi gli Imago che nel corso della storia umana sono sfuggiti al loro destino, e forse solo per incontrarne uno altrettanto doloroso; taluni di loro, casualmente, riuscivano ad "attraversare lo specchio", finendo con l'uccidere l'essere umano che stavano riflettendo, ma venendo condannati a vivere in eterno con quelle fattezze, senza più poter assumere la forma desiderata di volta in volta, vagabondando in un mondo per loro alieno, ma al quale forzatamente faranno l'abitudine: sono i Vampiri; sono le creature che hanno originato il mito del vampiro. Avanguardia dell'invasione e spie del loro popolo pur ormai tagliati fuori dall'essenza del loro popolo.

Miéville fornisce una spiegazione pseudoscientifica dell'esistenza degli Imago e del modo in cui le creature arrivano a liberarsi, il che qualifica certamente Specchi irriflessi come fantascienza; tuttavia non è difficile vedervi un'ibridazione fortissima con atmosfere e linguaggio di un realismo magico magnificamente adattato agli scenari londinesi e gli echi altrettanto forti di quella congerie letteraria dei primi decenni del '900 che ebbe il suo centro principale negli scrittori più rappresentativi della rivista Weird Tales. Sebbene dunque l'autore peschi le proprie fonti a piene mani anche fuori della tradizione del Regno Unito (e sia in più fortemente critico verso la fantasy di matrice tolkieniana), egli si inscrive bene nel solco della fantascienza più umanista che in genere caratterizza la sf britannica. Miéville intesse dunque una simbologia stratificata sul tema del doppio, che si complessifica abbandonando rapidamente la radice stevensoniana del doppio malvagio e arricchendosi di richiami politici e suggestioni sociali. Gli Imago sono molto più che un doppio dell'uomo: sono una parabola della sua storia e del suo modo di essere. Popolo oppresso che vive un'attesa messianica, che si sfrena nella vendetta a lungo sognata; popolo invisibile: gli Imago sono quell'umanità che soffre e di cui, letteralmente, gli altri uomini non si accorgono; ignorando il loro dolore e la loro stessa esistenza. Né, soprattutto, gli altri uomini hanno la minima coscienza di essere causa di quel dolore e di quell'oppressione. Riflesso ignorato e misconosciuto della nostra umanità e della nostra civiltà, che si nasconde negli anfratti della storia dei vincitori per esplodere in una rivoluzione vittoriosa. E' il registro più politico di Miéville a emergere nelle sequenze incentrate sulla storia e la cultura Imago, sconfinando nell'intensità di un genuino lirismo, e facendomi escludere una ulteriore lettura psicanalitica degli Imago come la parte più istintuale e repressa della nostra coscienza, sempre a rischio di attraversare il limite e liberarsi dalle regole sociali.

La novella si snoda in un controcanto a due voci. La descrizione delle vicende di Sholl - l'uomo che né Imago né Vampiri sembrano poter toccare, e che sembra essere l'Eletto a poter parlamentare con essi - è alternata alle riflessioni dell'io narrante di un vampiro anonimo, il solo che sembri poter toccare Sholl (di nuovo un legame a doppio filo, e non è a caso come si vede nel finale). Sullo sfondo di Londra, desolato di rovine e di scontri sanguinari tra uomini sempre più vinti e Imago sempre più trionfanti, fino alla noncuranza, Sholl e il vampiro raccontano dalle due ottiche, opposte eppure tanto simili nella comunanza del dolore, la storia di un confronto e di una guerra che affonda le proprie radici nella leggenda dell'Imperatore Giallo che imprigionò gli Imago con l'inganno, e della promessa dell'avvento del Pesce dello Specchio che avrebbe riscattato il suo popolo. Fino alla conclusione, che sembra chiudere il cerchio lì dove era iniziato.

martedì 3 marzo 2009

[fantascienza] Il classico - I Custodi (The Custodians - 1975) di Richard Cowper (1926-2002)




Il male viene dall'azione o dall'inazione? E se invece fosse indifferentemente il risultato tanto dell'azione come dell'inazione? Tale dilemma è il legato finale di questa novelletta; seppure, forse, l'autore si spinge più in là, riconoscendo con semplicità che il male è connaturato all'uomo - all'homo socialis. E' una conclusione amara, in linea con l'evoluzione della fantascienza dopo l'ottimismo che la caratterizzò nei primi decenni della sua storia, e una conclusione forse narrativamente inevitabile per innalzare il livello drammatico del racconto; ma nonostante la forza con cui l'autore la sbatte in faccia al lettore nel finale, non è il tema portante del racconto stesso. Di certo, è accuratamente preparata.

Edito in origine sulla rivista Fantasy&Science Fiction, I Custodi è pubblicato in Italia nel 1977 sul terzo Robot Speciale, Il Pianeta dei Venti, che traduceva quasi integralmente la raccolta dei migliori racconti dell'anno 1975 curata da Don Wollheim, e non è più stato ristampato a parte che nella Raccolta Robot n.9. Il racconto fonde insieme le suggestioni di alcuni dei principali topoi della fantascienza e del fantastico in genere: la previsione del futuro; il sapere come pericolo e opportunità; le conoscenze iniziatiche che provengono dal passato antico; la teoria del complotto (anche quando a fin di bene). In più, l'incertezza, fino al pessimismo conclamato, sul futuro dell'umanità che è cifra tematica che appartiene a gran parte della migliore fantascienza dagli anni '50 fino agli anni '80. Grazie a uno stile raffinato ma senza leziosità, e a un linguaggio ricco ed elaborato che perviene a tratti a squarci di bel lirismo, i temi del racconto si amalgamano con coerenza e naturalezza, risultando in una lettura affascinante e che fa presa sulle emozioni e la coscienza del lettore.

L'orizzonte temporale della novelletta spazia per oltre sette secoli, dipanandosi in tre momenti: in pieno medioevo; dopo la prima guerra mondiale; e nel 1981 (che all'epoca in cui fu scritto il racconto era di là da venire). Al nucleo tematico del racconto vi è il ritrovamento da parte del mistico medievale Meister Sternwärts delle conoscenze che avevano permesso ad Apollonio di Tiana di prevedere il futuro con estrema precisione. Un argomento che appare molto mysterioso (nel senso di Martin Mystére, il personaggio della Sergio Bonelli Editore: http://www.sergiobonellieditore.it/auto/cpers_index?pers=martin), ma al di là della razionalizzazione pseudoscientifica che viene fornita verso la fine del racconto, è la ben materiale connotazione delle implicazioni filosofiche, etiche, sociali e conoscitive a caratterizzare in senso propriamente fantascientifico la storia, che poco o nulla ha dell'avventura e dell'archeologia misteriosa (o mysteriosa). La prosa elegante dell'autore dà così vita a un racconto sofferto, che si distende in descrizioni fin liriche per farsi poi aspro nel lavorìo mentale e nelle angustie finali del protagonista Spindrift. Ultimo dei "Custodi" succedutisi a Sternwärts nella tutela del segreto e nell'esplorazione e trascrizione delle vicende future dell'umanità, questi è un personaggio tormentato, di cui è ben mostrato il travaglio interiore che lo paralizza e lo conduce all'inazione, alla scelta di non proseguire egli lungo la strada iniziata da Sternwärts, di non progredire dalla visione del futuro in possibilità di plasmare il futuro. Quis custodiet ipsos custodes? è il monito che blocca Spindrift: a un male certo preferisce l'incertezza; ma perverrà infine alla consapevolezza che di incertezza non si trattava affatto? Accanto a Spindrift prendono vita in rapidi, efficacissimi abbozzi, altre figure, che forniscono al protagonista il contraltare alle proprie riflessioni, e mettono in mostra i pregi letterari dell'autore.

Diversamente che in patria, dove è stato un autore di buon successo, "Richard Cowper", pseudonimo utilizzato dal britannico John Middleton Murry jr. lungo l'arco della sua carriera fantascientifica, è poco noto in Italia. Nel nostro paese, oltre al suo romanzo più famoso, Il tramonto di Briareo, è giunto solo un altro smilzo romanzo e tre o quattro racconti. Un peccato, a giudicare da quello di suo chè è stato pubblicato. Sebbene non prolificissimo, tra l'inizio degli anni '60 e il 1986, quando smise di scrivere, ha prodotto un corpus discretamente nutrito di opere.

giovedì 26 febbraio 2009

Philip J. Farmer (1918-2009)

Ieri, 25 febbraio 2009, Farmer è morto. I suoi cicli, romanzi e racconti sono un'infinità. Ha dato davvero tanto alla fantascienza, a partire da quel The Lovers pubblicato nel 1952, poi espanso in romanzo, e pubblicato molte volte anche in Italia, con vari titoli, l'ultimo dei quali Gli amanti di Siddo.


venerdì 20 febbraio 2009

[fantascienza] I contemporanei - Glaciale (Glacial - 2001) di Alastair Reynolds (1966- )

A parte un paio di racconti pubblicati dalle semicarbonare edizioni Perseo (oggi Elara), questa breve novella è tutto quanto finora apparso in Italia dello scrittore gallese Alastair Reynolds. Eppure Reynolds, che ha all'attivo parecchi romanzi e antologie di racconti, è ormai uno degli autori di punta della fantascienza britannica e internazionale in genere, considerato tra i più rigorosi e interessanti di coloro che hanno ridato slancio, e profondità, alla space-opera.

Glaciale si inscrive nell'universo narrativo del Revelation Space, nel quale Reynolds ha ambientato molte delle sue opere, e il cui primo ed eponimo romanzo è stato finalmente annunciato in pubblicazione su Urania nel corso di quest'anno. L'appartenenza a un ciclo (è la continuazione diretta di un'altra novella, inedita in Italia, Great Wall of Mars) non mi è comunque parsa di eccessivo ostacolo per la lettura, che funziona perfettamente anche come lettura a sé stante, pur se ovviamente resta qualche punto in sospeso.

L'impianto della novella è quello classico della space-opera, e più precisamente dell'avventura planetaria con al centro della vicenda un mistero da sciogliere. Come è nella space-opera moderna, il fiorire della quale è largamente dovuto agli autori britannici, lo sviluppo avventuroso si salda con, ed è ampliato e approfondito da, riflessioni e proiezioni dello sviluppo biologico, tecnologico e sociale dell'umanità. Glaciale non sfugge certo allo schema, tanto più appartenendo a una future history; Reynolds arricchisce ulteriormente la trama con una crime story che a un certo punto pare prendere il sopravvento, ma che è poi abile a ricondurre nel solco principale della storia, che non ne viene banalizzato o emarginato, ma finisce invece per vivacizzarsi il giusto.

Lo sfondo è quello di una guerra tra le due fazioni dell'umanità, i "normali" e gli "unitari", i Conjoiners, i quali stanno sviluppando una forma di rete neurale di comunicazioni interpersonali, una sorta di mente Borg in nuce, e di umanità che va sempre più verso l'integrazione macchina-uomo attraverso le nanotecnologie. Un gruppo di Unitari è fuggito dal Sistema Solare alla ricerca di un pianeta colonizzabile e approda su Diadem, un mondo che sta inoltrandosi in un'era glaciale e già raggiunto in passato dall'uomo, e precisamente da una spedizione americana. Qui, come detto, si trovano ad affrontare il classico mistero planetario, complicato da un più prosaico mistero criminale. I personaggi restano in certo qual modo defilati rispetto alla vicenda e ai suoi aspetti di intreccio, ma anche rispetto a quelli filosofici e cognitivi, che Reynolds è abile ad armonizzare con le necessità dell'azione. Ma almeno i due principali, Nevil Clavain e il superstite dell'antica spedizione americana su Diadem hanno una personalità più che abbozzata per le necessità del racconto. Dal loro interagire ha origine il dilemma finale della storia, che ripropone l'eterno conflitto/dicotomia tra giustizia e legge. Reynolds sa riproporlo con vigore e convinzione, prospettando in modo spassionato al lettore i termini della questione, e in certo modo non facendoli risolvere dalla risoluzione della vicenda. Sebbene in una maniera più dark e meno buonista (o meglio, meno ottimista), Reynolds pare ispirarsi alle migliori trame del genere dell'universo trekkiano, con occhio particolarmente attento al Voyager; e del resto pare attingere alcune sue caratteristiche dalla Sette di Nove del Voyager la figura di Felka, la cui mente deumanizzata in via sperimentale con la soppressione delle reti neurali deputate alle relazioni interpersonali va ricostruendosi (o pare farlo) con l'aiuto del superstite della prima colonizzazione di Diadem. Lo sviluppo ulteriore del personaggio avverrà nell'inedito in Italia Redemption Ark, ma la via è chiaramente tracciata. Al di là dell'avventura contingente, una solida e ben scritta trama di avventura planetaria, ciò che rende interessante la novella è il tarlo interiore di Nevil Clavain, umano "normale" che ha disertato per unirsi ai Conjoiners (forse per l'affetto che ha nei riguardi di Felka, e di Galiana, la fondatrice degli "unitari"). Clavain è ancora interiormente recalcitrante rispetto all'idea di una coscienza unitaria verso la quale si sta muovendo il gruppo, ed è con grande difficoltà che riesce a barcamenarsi tra le varie istanze della sua coscienza. Nel finale pare avanzare con più chiarezza verso l'accettazione del nuovo modello di umanità profondamente interconnessa; eppure sembra di vederlo fare un passo in avanti e subito tre quarti all'indietro. Interconnessione delle menti a parte, l'umanità del futuro non sfuggirà alle necessità di un'intima connessione con le nanotecnologie, e a uno sviluppo poderoso delle scienze biologiche che muterà i suoi schemi di pensiero e modelli cognitivi e percettivi: è forse questa consapevolezza, quantunque non accettata con il cuore ma solo con la ragione, a spingere Clavain in tale direzione.

Glaciale è stata pubblicato nel Millemondi Urania n.40 del luglio 2005, che presentava l'antologia dei migliori racconti e novelle del 2001 curata da David Hartwell.