giovedì 22 aprile 2010

[fantascienza] Il classico – Il dio-mostro di Mamurth (The monster-god of Mamurth - 1926) di Edmond Hamilton (1904-1977)


Con questo racconto caliamo agli albori, al primo vagire della fantascienza.  Di fatto, esso è pubblicato nel numero dell’agosto 1926 di Weird Tales, a pochi mesi dall’uscita del primo fascicolo di Amazing Stories sulle pagine del quale Hugo Gernsback conia quel “scientifiction” che in capo a qualche anno evolverà nel canonico “science fiction”: sono insomma a malapena i mesi iniziali della presa di coscienza della fantascienza - ché ovviamente una letteratura dotata di tutte le caratteristiche che saranno proprie del genere esisteva da almeno un secolo, sia in forme “alte” che “popolari”. Ma non aveva ancora ricevuto una sistematizzazione.  Arriverà in quegli anni, da un lato stimolandone la crescita e l’affinamento attraverso un mercato dedicato, autori specializzati e lettori attenti e attivi; d’altro canto tale mercato comporterà anche irrigidimento stilistico e (auto)ghettizzazione. Anche perché quel che si pubblicava non era sempre rose e fiori; anzi lo era assai di rado.

Hamilton fu tra le levatrici di spicco di questa fantascienza di genere, e contemporaneamente una delle sue primizie: The monster-god of Mamurth è il primo racconto che egli abbia pubblicato, il che fa di lui un coetaneo della science fiction ;-). Una science fiction che sin lì, priva com’era di un mercato ad hoc, era stata ospitata su una galassia disparata di riviste, più o meno rivolte ad argomenti attigui, dove riceveva ospitalità senza esservi fuori posto e contribuendo all’edificio complessivo della letteratura fantastica. Riviste come Weird Tales, principale magazine della letteratura del bizzarro e fucina dell’immaginario popolare di quegli anni. Era una fantascienza che si ibridava in libertà e naturalezza con tutti gli altri filoni della narrativa popolare, dal fantastico puro all’orrore ad atmosfere noir. Le ibridazioni attuali, specie con il noir e il thriller, sono sovente presentate come frutto di modernità e audacia: chiacchiere e millanterie di furbastri; oppure ingenuità e candore di smemorati. Il dio-mostro di Mamurth è in ogni caso un bellissimo esempio di questa fantascienza ibrida e ibridata, o se vogliamo di una narrativa liberamente fantastica.

In un certo qual modo Edmond Moore Hamilton fu un autore a due facce. Divenuto in breve una delle tre-quattro firme di maggior prestigio di questa fantascienza dei primordi, si trasformò in una sorta di fabbrica di romanzi a getto continuo (a partire dalla celebre serie di Captain Future, di cui scrisse gran parte dei libri): space-operas quasi sempre una la fotocopia dell’altra, scritti sbrigativamente per far cassa, ché i compensi erano magri e s’aveva da faticare per la pagnotta. Quei romanzi che gli diedero la fama di world smasher perché in uno sì e l’altro pure Hamilton faceva fare alla Terra, al Sole o qualche altro corpo celeste una brutta fine. Nei racconti, di cui scrisse ugualmente gran copia, mostrò altra cura stilistica e inventiva narrativa. La sua maturazione stilistica ebbe luogo soprattutto a partire dalla metà degli anni ’40, ed è facilmente ipotizzabile un’influenza benefica sulla sua scrittura da parte di Leigh Brackett, con la quale si sposa nel 1946 e che fu autrice dai notevoli talenti letterari, dotata di una solida padronanza della lingua. Hamilton resterà un romanziere d’avventura, un cantore degli spazii e del sense of wonder primordiale, ma le serie si approfondiranno negli scenari e nei personaggi, lo stile si farà più ampio, fino all’avventura pienamente matura del ciclo dei Lupi dei cieli nei tardi anni ’60 che conclude idealmente la carriera dello scrittore. Tuttavia, già negli anni ’30 e perfino prima i racconti hamiltoniani mettono in luce le potenzialità dell’autore, capace di coniugare il fascino della sfrenatezza di quel sense of wonder primevo con l’utilizzo consapevole dei cliché di genere, di far uso di una lingua più preziosa e meditata che nei romanzi, e di una modulazione molto più varia di argomenti e soluzioni: L’isola degli irragionevoli (The Island of Unreason) del 1933 è l’esempio più noto, ma è ben lungi dall’essere l’unico o anche soltanto episodico. Del resto questo stesso racconto d’esordio mostra già le qualità che Hamilton verrà affinando nel prosieguo della sua carriera.
 Hamilton con la moglie Leigh Brackett

Racconto horror e di fantascienza, avventura esotica e fantasticheria romantica. Un lavoro senza dubbio in tutto organico alla sua epoca e sede di pubblicazione. Hamilton vi mescola l’ispirazione merrittiana dell’avventura in luoghi remoti e sconosciuti, il gusto per l’esotismo e la mitizzazione romantica di perduti passati di gloria e barbarie; e insieme, evidenti influssi di Lovecraft. Un racconto compiutamente di genere, e che, pure, letto oggi conserva un fascino che non è solo dato da passione antiquaria, ma nasce da pagine dove il ritmo del racconto, le parole, gli scenari evocati e le corde emotive sollecitate sono tutti in funzione di un meccanismo narrativo montato con perfetta professionalità e gusto per il raccontare.

Il tema dell’invisibilità è ricco di fascinazione e riflessi orrorifici quanto fertile terreno di speculazione (fanta)scientifica, e certo non era nuovo neppure ottanta e passa anni fa: a volersi limitare agli esempi più prossimi a Hamilton ci sono That damned thing di Ambrose Bierce e The invisible man di H.G. Wells. E certamente il racconto di Hamilton non porta nessuna innovazione. Tuttavia l’invisibile mostro aracnomorfo cui egli dà vita nel racconto non è per questo meno suggestivo. La sua visione (o non visione) è fatta precedere da un lavoro preparatorio che monta l’attesa e l’ansia del lettore. La figura dell’archeologo morente, arso dal sole del deserto maghrebino, che introduce il racconto della solitaria spedizione ed esplorazione della classica città perduta è condotto con una mano padrona dei meccanismi emotivi del lettore e degli strumenti narrativi atti a innescarli. La città in rovina, i resti di una civiltà sconosciuta, non solo incredibilmente remota nel tempo, ma quasi inumana nella sua diversità, gli indizi di una scienza ancor più disumana e ormai dimenticata. La scoperta del ciclopico tempio invisibile, l’introdursi dell’archeologo innominato al suo interno. E poi l’arrivo dell’essere e il confronto con esso. La progressione è scandita in modo da ottenere il miglior effetto ansiogeno, fino a far conflagrare il conflitto tra l’uomo e il mostro, la bestia forse immortale, sopravvissuta alla polverizzazione della città e della civiltà che l’avevano adorata e temuta (adorata perché temuta), la bestia sicuramente più antica della stessa città. Con la forza della disperazione l’uomo si metterà in salvo, riuscendo anche a ferire il dio-mostro – la scena è descritta con maestria da Hamilton, attingendo alle risorse di un linguaggio ricchissimo di coloriture emotive. Non è per caso che siamo nel regno di Lovecraft, Howard e Clark Ashton Smith: Weird Tales. Sarà però il deserto, più remoto e divino del dio-mostro, a punire la sua hybris, la sua pretesa di volersi impicciare in faccende nelle quali è meglio che l’essere umano non entri.

Semplice e lineare, come si vede. Commerciale. Però per non scadere nella corrività, e anzi continuare a sedurre dopo più di ottant’anni, bisogna saperci fare.

La prima pubblicazione italiana del racconto risale al 1980 sulle grandi, riccamente illustrate pagine del fascicolo numero sei di Aliens, rivista tanto bella quanto assai poco di successo.
     

That damned thing, di Ambrose Bierce, in inglese: http://www.sff.net/people/doylemacdonald/L_damned.htm

[fantascienza] I contemporanei - Salvador (Id. - 1984) di Lucius Shepard (n.1947)


Realismo magico nordamericano è una locuzione che si incontra spesso in relazione alla narrativa di Shepard; Salvador, che risale agli inizi della sua carriera ne dà conto. A volte non è facile ascrivere alla fantascienza quel che egli scrive, e di sicuro lo specifico fantascientifico di questo racconto è molto labile, quasi del tutto tangenziale al tema centrale; forse è per questo che alla prima lettura che ne feci, vent'anni fa quando fu pubblicato sul Millemondiestate 1988, non mi convinse per nulla. Tuttavia, tornarvi oggi con altra maturità mi fa rendere conto della forza del nucleo speculativo del racconto (oltre la bellezza del puro racconto); e la speculazione sulle umane sorti e progressive, e non meno su quelle presenti, è caratteristica determinante della fantascienza che non sia solo escapismo.

La storia è presto detta. Lo scenario sul quale si apre la narrazione è quello di una guerra, non poco ambigua e lasciata nell'indeterminato, in una dimenticata landa dell'America Centrale. Una pattuglia di soldati statunitensi scanna e si fa scannare nel Salvador lungo la via per il fine della guerra: l'occupazione del Nicaragua sandinista. Tutta la prima parte del racconto ha un solido impianto realista che parte da qui; della guerra viene mostrato l'effetto sui suoi attori: la noncuranza che innesca verso la morte altrui, il terrore per la propria che trasforma il soldato in macchina per la sopravvivenza. La droga (istituzionale, non illegale) di cui i  soldati fanno largo uso come unico mezzo per reggere alla pressione appare non solo come ultimo mezzo di manipolazione della coscienza e della biologia dell'uomo funzionalizzato in miles, ma come un approdo terminale di una lunga tradizione: dal ruspante cicchetto di grappa che veniva distribuito ai soldati italiani della I Guerra Mondiale, risalendo al sacralizzato rituale con il quale i guerrieri nordici si trasformavano in Berserker, gli invasati dall'Orso, bevendo l'infuso di Amanita muscaria (rivediamo qualcosa di molto simile nel "Bianco" necessario alla sopravvivenza dei Jem'Hadar, i brutali soldati del Dominio in Star Trek: Deep Space 9). Il degrado di sé stesso come uomo è mostrato nelle parole e nei pensieri del protagonista Johnny Dantzler, e di riflesso nelle parole e azioni dei suoi commilitoni, nella graduale trasformazione in potenziali nemici di ciascuno per ciascuno degli altri.


Ma c'è una ragione se Lucius Shepard è stato uno degli scrittori di sf più importanti degli anni '80, con una sventagliata di novelle, racconti e un paio di romanzi con i quali ha imposto una narrativa a elevato contenuto di riferimenti culturali, letterarii, politici, e di riflessione su di essi; e se negli anni '90, e ancora oggi, ha mantenuto, per quantità e rilievo delle opere, la sua posizione di autore magari non di facile e immediata fruizione, ma dalla voce singolare, alta e lontana da facili mode. E la ragione è che Shepard è capace di arrivare al climax di un racconto come Salvador sgretolandone la struttura realistica con l'innesto dell'elemento magico; elemento che ci mostra connaturato all'ambiente culturale di quel Salvador indio, ancora memore della civiltà Maya, che illustra con sguardo disincantato e ricchezza di stile. La diversione in una dimensione sospesa dalla realtà arriva al lettore con naturalezza. Shepard è abile nel non sciogliere il dubbio se gli eventi che accadono a Johnny siano veramente effetto di una techne magica oppure frutto allucinatorio del suo abuso di droga e del senso di colpa, o combinazione di entrambi. Sta di fatto che la carneficina che il soldato Johnny fa dei suoi compagni di pattuglia, che sia per la droga, lo stress o per magia, precipita al suo punto terminale lo smembrarsi e annientarsi della sua coscienza; ma l'evento è centrale perché la ricomporrà secondo un nuovo ordine. Così come Shepard ricompone l'unitarietà del racconto, riportandolo a concrete basi di realismo nel finale. La vicenda ha fine negli Stati Uniti, dove il soldato Dantzler diventa il reduce Dantzler, il civile Dantzler. La guerra ha reso Johnny vuoto; la ricomposizione della psiche di Johnny avviene a scapito della sua umanità, egli è poco più di uno zombie ridotto alle funzioni apparenti dell'uomo: lavora, mangia, si muove. Sussiste. Pure, la plasticità della psiche conosce dei limiti, e vivere l'estremo fa scontare l'impossibilità di ritrovare la coesione in uno specchio andato in frantumi e rimesso insieme come i pezzi di un puzzle; quando un suo amico lo inviterà, allegramente, a una festa prima della sua partenza per la stessa guerra dalla quale Johnny è uscito stravolto nella sua umanità, l'ex soldato, automa dalla forma d'uomo, reagisce allo stimolo al quale è stato condizionato a rispondere: identifica il nemico, assume la droga, e... e Shepard si ferma qui.

Nella stagione inaugurata a metà degli anni '80 e durata un decennio e poco più, i Millemondi sono stati autentici scrigni di tesori gettativi alla rinfusa, in una sorta di anonimato. I Millemondi erano dei mallopponi di centinaia di pagine, collegati a Urania, e hanno variato periodicità nel tempo (semestrali, quadrimestrali, non ricordo se inizialmente negli anni '70 fossero partiti come annuali). Nel periodo interessato hanno offerto una ricca messe di racconti, novelle e occasionalmente romanzi; il volume dove è pubblicato Salvador presenta almeno altre tre gemme vere: Giù nella riserva di Chad Oliver, Il pianeta dello stupro del mai abbastanza compianto Thomas Disch e Il collezionista di George R.R. Martin (quando ancora non perdeva tempo a ingrassare il portafogli con le infinite saghe fantasy). Oltre a racconti interessanti di Simak, Silverberg, Aldani, Asimov. Michael Bishop, Leiber, Benford. E "I fiori di Edo", tra i più noti di Bruce Sterling.


lunedì 19 aprile 2010

Viaggio angelico di Minnie Alzona (1921-2008) - Allegoria dell'amore, della morte e della follia


Divergo un'altra volta dalla fantascienza per una lettura che merita.

Amo molto le sfasature temporali.

Leggo oggi, nella ristampa del 1992, questo romanzo pubblicato nel 1977; e che narra, in forma paramitica e fortemente allegorica, eventi del XIII secolo. I piani temporali si intersecano, sovrappongono e rincorrono molto più di quanto si immagini, come cercherò di illustrare.

A prima vista romanzo dà l’idea di un termine esagerato, l’opera appare se mai una novella di non disprezzabile lunghezza. Ma sono il respiro ampio, la concezione ambiziosa e la ricchezza tematica ed espressiva a fornire invece ad esso piena ragione.

Racconto storico; allegoria simbolica; romanzo di formazione; pamphlet femminista; romanzo psicologico. E ancora: indagine suggestiva, da angolazione contemporanea, della spiritualità medioevale; e tentativo di interpretare l’anima moderna al tornasole del mito medievale. Esposizione contraddittoria delle tensioni religiose e dello scetticismo naturale dell’uomo. Opera indubbiamente complessa – e compressa.

Minnie Alzona racconta di una di quelle esplosioni di follia che percorsero il mondo antico e ancor più il medioevo, uno di quei comuni fenomeni di parossismo profetico e plagio collettivo: la crociata dei fanciulli. Fenomeni che vorremmo forse confinati a ere oscure, precedenti la nostra di illuminati figli della ragione; ma l’Illuminismo è una patina sottile sulla nostra civiltà, per quanto spettacolari siano le conquiste cui ci ha condotti, e noi siamo figli davvero molto distratti della ragione: pare quasi che l’essere umano sia incapace di assorbirne realmente i principi, e soggiaccia con voluttà al suo lato oscuro, irrazionale, religioso. E dunque, se ci sorprendiamo a bearci per la nostra superiorità su un tempo di folli, ingenui invasati che partorivano crociate di fanciulli, vale la pena ricordare eventi come Waco e la strage dei Davidians (http://en.wikipedia.org/wiki/David_Koresh) e tornare con i piedi per terra. Se poi arriviamo a tempi ancora più vicini, la tentazione di concludere che non ci siamo mossi dal 1212 si fa deprimente. Questo è lo scenario, lo sfondo storico, umano e psicologico dentro il quale la scrittrice incastona la sua storia di un’anima. Anzi, attraverso gli occhi di una, di una pluralità di anime. Romanzo psicologico e di formazione, sulle pagine di Viaggio angelico osserviamo la dolorosa e insistita seduta di autoanalisi di Allys, la protagonista, giovane donna al momento in cui stende le sue memorie – il romanzo - e appena fanciulla nel tempo in cui esse si svolgono. Nella tessitura accorta, mirabile, di anacronismo su anacronismo da parte di Alzona, Allys narra con sensibilità squisitamente nostra contemporanea i turbamenti di uno spirito medievale, le sofferenze di una giovinetta ribelle alle maglie fitte e costrittive dell’epoca. Narra ora con velato pudore, e ora con inavvertita sincerità, la propria lotta interiore per trovare un’identità psicologica; e il percorso fatto per giungervi. Seppure effettivamente ella vi giunga. Narra gli eventi che, nel comporre la storia esaltata – più che esaltante – della crociata si innervano e innestano in quelli più privati di Allys. Esplora i rapporti che ambiguamente instaura con gli altri personaggi della sua narrazione. Rapporti ambigui non perché equivoci, ma perché Allys solo nel dipanarsi della sua propria analisi, nella sua ricerca dei propri moventi ed emozioni, ricostruisce faticosamente – né sempre riesce a chiarire per sé – la trama ermetica di queste relazioni. Vuoi perché è ella stessa a volte a nascondersi i propri reali intendimenti, sentimenti e pensieri; vuoi perché il peso dei condizionamenti culturali è schiacciante e confondente. Vuoi, infine, perché il giocare di Minnie Alzona con il fascino degli anacronismi rende criptica al lettore stesso una ricostruzione esatta e la narrazione sfuma e trascolora nel mito puro. Si fa allora difficile rintracciare, all’interno del percorso mentale e letterario di Allys, i limiti e i contorni della sua esaltazione infantile, del gusto e della passione romantica per l’avventura, del tormento per l’inadeguatezza della propria tensione religiosa, del rifiuto inconsapevole eppure ben presente alla sua coscienza del ruolo futuro di moglie sottomessa e giovenca da riproduzione che il suo status di appartenente alla nobiltà rurale franca le riservava. Difficile capire quando, come e dove tutti questi fenomeni delimitino, confluiscano e infine sfumino nell’amore che ella prova, in modi così diversi, per Etienne, Eustace, Pierre e Al-Kamil. Perché tutta la storia, tutto il racconto di Allys perderebbe di senso se il suo (chissà quanto) modernissimo spleen, e in particolare il suo rifiuto delle convenzioni sociali, non fosse completato da questa sua (ma chissà se) antica tensione fantastica e ideale, che la protagonista non riuscirà mai a tradurre in realtà erotica. Neppure, se non per allusioni o minimi accenni – pur così audaci -, in confessione cosciente a sé stessa.

Eustace ci appare il personaggio meno riuscito, così simile a un monolite perduto dentro la sua fede incondizionata, specchio e riflesso della reclusione dal mondo rappresentata dalla sua cecità. E però il suo scarno ritratto ci restituisce appieno la dimensione della fede come atto solipsistico di separazione dal mondo reale. L’amore per Eustace è, per Allys, l’amore ingenuo dell’infanzia, è l’amore che si dona. Un amore che con il tempo perde consistenza e si vuol sempre recuperare. Amore che la memoria e la coscienza conservano come rifugio mitico ideale per tutta la vita. E’, anche, l’amore per l’ideale vagheggiato verso il quale tendiamo, senza realmente volerlo raggiungere.

Etienne, il pastorello che si fa profeta, il seduttivo allucinato che suscita entusiasmi e folle umane con il suo carisma è l’infatuazione romantica di Allys, il cedimento alla nostra irrazionale pars destruens. L’amore che più di ogni altro condizionerà le sue scelte e la sua vita; e meno di ogni altro sarà capace di confessare a sé stessa, benché forse sia quello di cui ella è più cosciente. Bruciante, rimpianto, incombusto. Conserva le sue qualità perché la realtà non ha occasione di farne a brani la sostanza.

Pierre, il chierico che per amore inconfessato della ragazzina, che confesserà solo alla donna e solo per lettera al momento di uscire dalla sua vita, accompagnerà Allys ed Eustace nella loro avventura al seguito di Etienne, è l’amore più sotterraneo eppure persistente di Allys. Figura paterna capace di farsi cameratesca, sostituto di quei genitori che Allys rifiuta (ma che prima l’hanno rifiutata). Modello e puntello sia spirituale che intellettuale. Si rivelerà, nel finale, così fragile e umano da uscire dal suo stereotipo e assumere piena consistenza: figura di sradicato e incompiuto. Di animo tormentato, lacerato dalla sua viltà e dal desiderio infine confessato. Dal senso di colpa.

Al-Kamil, califfo e sultano d’Egitto, discendente del Saladino. Padrone di Allys dopo che la ragazzina, fallita miserevolmente l’avventura dei crociati straccioni e bambini, viene venduta ai suoi emissari nel mercato di Algeri. E’ per suo incarico che Allys stende il resoconto degli avvenimenti che l’hanno vista coinvolta in questa sorta di Ver Sacrum inscenato da una turba di poveri dementi. La sua figura resta in controluce, quasi del tutto affidata alle parole indirette di Allys, ai sentimenti così conflittuali che ella prova per il suo padrone, il nemico della sua - tiepida - fede, l’intellettuale curioso e apparentemente troppo superiore e distaccato per essere davvero coinvolto nei sentimenti. Eppure il solo che, alla fine dei giochi, sia realmente gentile con lei. Il solo che le resti. Che sia il mascheramento di un uomo raffinato o il nobile pudore di chi non vuole esercitare il proprio potere, l’interruzione del narrare di Allys ci preclude di saperlo. La sensualità che preme, neppure questa volta riesce a fuoriuscire.

La scrittura di Minnie Alzona guida alla perfezione il lettore all’interno di questa fittissima, intricata trama. E’ ricercata e preziosa, mai immediata, talvolta perfino contorta. Ma ripaga sempre lo sforzo di decrittarne il senso profondo. I paragoni che mi vengono alla mente sono tutti tratti dal gusto: il fraseggiare è pastoso, lo si assapora lentamente come una crema pasticcera ricca di aromi intensi e profumi spessi. Lo stile è elaborato, mai banale, come un intingolo di carni nobili.

Il periodare è teso all’elaborazione di una materia che evoca il mito e dà corpo all’allegoria della vita e dell’anima che è messa in scena. I brevi capitoli in cui è suddiviso il romanzo ne scandiscono un ritmo che viene a comporre quasi più un poema in prosa che un romanzo vero e proprio.

E’ quando non ce lo si aspetta, che spesso ci si imbatte in un tesoro.

domenica 11 aprile 2010

Biblioteca di fantascienza II - Lino Aldani (1926-2009)

Lino Aldani è stato uno degli apripista della via italiana alla fantascienza, e probabilmente il suo autore migliore. Scrittore mai banale, ha riversato nei suoi scritti una visione morale e politica della vita e dell'arte severa e rigorosa; se non si fosse dedicato a una narrativa in Italia più negletta che altrove avrebbe senza dubbio raccolto i riconoscimenti che il suo notevole talento meritava.  Piccola consolazione, Aldani era spesso tradotto e ben stimato all'estero.

Anche i suoi sparsi romanzi hanno spesso lasciato il segno, ma soprattutto la sua produzione breve è stata copiosa e ricca di titoli memorabili. Racconti come Buona notte, Sofia (noto anche come Onirofilm); Visita al padre; Screziato di rosso; Trentasette centigradi; Quo vadis, Francisco?; La casa femmina; La costola di Eva; Dove sono i vostri Kumar?; Scacco doppio; e la lunga novella Eclissi 2000.

La sua narrativa breve è stata raccolta dall'editrice Perseo (oggi Elara) in una serie di quattro volumi.

Millennium raccoglie testi di Ugo Malaguti oltre che di Aldani. Tra le opere di Aldani, Dove sono i vostri Kumar?, Scacco doppio e il romanzo Quando le radici.








In Ontalgie spiccano Visita al padre; Screziato di rosso; La costola di Eva; Quo vadis, Francisco? oltre all'eponimo Ontalgie.









In Aria di Roma andalusa troviamo la lunga novella Eclissi 2000; lo straordinarioTrentasette centigradi; e La casa femmina, oltre alla novella da tempo irreperibile Sheòl.








Febbre di luna, infine, è rischiarato dalla presenza del capolavoro Buonanotte, Sofia, il racconto italiano di fantascienza (giustamente) più celebre e (giustamente) più antologizzato, in Italia e altrove. Una storia scritta nell'Italia dei primi anni '60 e che regge il confronto con il miglior cyberpunk di 20-30 anni dopo.



Aldani esordisce nel 1960, ma è solo nel 1977 che pubblicherà il suo primo romanzo, il breve e intenso Quando le radici, un testo che mostra un'Italia (allora) futura, per noi oggi dolorosamente riconoscibile. Quando le radici è un romanzo molto più attuale oggi che non quando venne scritto, e la sua attualità non è nulla di cui ci si debba purtroppo rallegrare. La prima edizione fu per i tipi dello S.F.B.C., l'ultima e recentissima in Urania Collezione.























In Urania Collezione è stata ristampata non molto tempo fa anche la lunga novella Eclissi 2000, affascinante space opera ambientata su un'astronave generazionale. Il volume è completato da alcuni racconti, tra i quali Trentasette centigradi e Sheòl.











Nel segno della Luna Bianca è un breve, atipico romanzo fantasy. Scritto insieme a Daniela Piegai fonde abilmente una trama avventurosa e un rigoroso idealismo, in un'ambientazione medievale molto realistica e insolita per il fantasy.
La croce di ghiaccio riprende, ampliandoli, i temi religiosi del racconto Quo vadis, Francisco?, oltre a essere uno dei più bei testi di fantascienza in cui il gioco degli scacchi abbia un ruolo di primo piano.












In Themoro Korik, il suo ultimo romanzo, pubblicato nel 2007, Aldani ha affrontato il tema dell'alieno in modo inconsueto e affascinante: ricercando (in chiave fantascientifica) l'origine del popolo zingaro.












Pioniere, Aldani lo fu anche della critica in campo fantascientifico. A lui si deve se non il primo certamente uno dei primi testi in materia, risalente ai primi anni '60.











Di seguito la copertina del numero del 1°-15 gennaio 1960 della rivista Oltre il cielo dove venne pubblicato il primo racconto di Lino Aldani Dove sono i vostri Kumar? e quella di una delle sue prime pubblicazioni fuori dei patrii confini.



Il primo lemma della Biblioteca: http://olivavincenzo.blogspot.com/2010/03/biblioteca-di-fantascienza-i-douglas_9981.html

lunedì 22 marzo 2010

[fantascienza] La miniatura - Gioco da bambini (Playing for Keeps - 1982) di Jack C. Haldeman II (1941-2002)

Poche pagine, una cosa minima apparsa nel 1982 sull'Isaac Asimov's  Science Fiction Magazine e lo stesso anno prontamente presentata in Italia nel n.11 della versione italiana della rivista (incarnazione SIAD).  Un lavoro come dozzine, probabilmente centinaia di altri simili. Un ottimo prodotto professionale, scritto con uno stile semplice e diretto, asciutto e brioso, ammiccante il giusto a un umorismo "evoluto". Ritmo svelto, azione rapida e due, tre personaggi schizzati efficacemente in poche parole. Il breve racconto di uno del mestiere, che il mestiere lo ha imparato bene. E ne trae un breve e sentito inno all'infanzia e alle sue risorse di fantasia. Il giovanissimo protagonista è un monello come migliaia e migliaia di altri di un'America descritta come ancora non del tutto televisivizzata: un monello che come (molti tra) i suoi simili ha un'immaginazione a dir poco fervida, una sana propensione a uno scarso rispetto delle regole genitoriali temperato da un solido buon senso, e una ovvia fascinazione per i mostri. Quei mostri che da sempre popolano le nostre fantasie di bambini, mostri temuti e amati; combattuti e tenuti vicini; terrorizzanti e seducenti. Mostri che divertono come poche altre cose; perché fanno provare il brivido eccitantissimo della paura. E l'autore, da vero professionista, descrive tutto questo con incisività, un'efficacia che deriva da quella scrittura ammiccante padroneggiata con sicurezza. 


I mostri qui sono alieni brutti e cattivissimi che invadono la Terra, spianano città, massacrano a destra e a manca: c'è il ricordo preciso del Wells de La guerra dei mondi e una prefigurazione di Mars attacks!. Massacra di qua e massacra di là, uno degli orridi gigantoni arriva al cospetto del nostro monello. Che dell'invasione nulla sapeva perché papà e mamma avevano ritenuto non doverlo informare per non farlo preoccupare (da antologia i dialoghi tra i due). Ma per il nostro monello gli alieni sono vecchie conoscenze; e non ha importanza che tale conoscenza sia puramente di fantasia o reale: lui conosce - e riconosce - d'istinto il nemico. Lo comprende. Intimamente, in modo per noi a-logico ma non per questo privo di efficacia ed efficienza. Non occorre entrare in dettaglio: il bambino porta la sua sfida al mostro - stile mezzogiorno di fuoco - sul piano della fantasia e della mancanza di logica. Per noi: dal punto di vista di un bambino di otto anni la logica appare ferrea. E risolutiva. Rispediti a casa loro con le pive nel sacco i mostri, il nostro protagonista riprende i suoi giochi e i suoi voli pindarici di moccioso da dove li aveva interrotti; e torna a roderlo l'orribile tarlo: le pannocchie alla crema che la mamma porterà in tavola. E per fortuna non sono previsti i cavolini di Bruxelles.


Poche pagine di buon mestiere, come dicevo. C'è però qualcosa che rende questo racconto meritevole di una maggiore attenzione rispetto a tanti altri non dissimili. Quel qualcosa che a volte si incontra inavvertitamente tra le pagine di un racconto o di un romanzo, quel di più che l'autore stesso non intendeva inserire o non è cosciente di avere inserito. Come deve essere qui il caso: difficilmente l'intento di Haldeman sarà stato diverso dallo scrivere un raccontino divertente sul classico rapporto tra bambini e mostri e sui grandi voli di fantasia dell'età infantile; e ne viene fuori un bel racconto dalla parte dei bambini. Tuttavia, come affermavo, magari senza volerlo ci mette dentro anche dell'altro: succede che le opere dicano più e differentemente di quanto i loro autori scrivano. Dalle scene, così semplici nel loro umorismo, nelle quali i genitori del nostro bambino si piazzano davanti alla tv per seguire l'evolversi dell'invasione aliena emerge un ritratto fedele e corrosivo del rapporto tv/spettatore. Un ritratto terribile, perfino spietato; che mostra la confusione totale tra il reale e il televisivo; l'assuefazione che il linguaggio e l'immagine televisiva inducono nello spettatore, fino all'anestesia delle emozioni attraverso la resa fittizia della realtà. Che il bimbo sia più arcaico dei suoi genitori o sia invece oltre, è lui a essere salutarmente immune dagli effetti del contatto con la temibile scatola da immagini (fin quando non crescerà, temiamo), perché per lui reale è immaginario, e immaginario è reale. Non credo, ripeto, che l'intento fosse di compiere una tale analisi/denuncia: l'obiettivo era se mai di creare delle situazioni divertenti inserendovi delle gag efficaci - ed è un obiettivo raggiunto. Ma all'occhio del lettore, forse proprio per l'efficacia della scrittura, le scene assumono con immediatezza questa doppia veste, e si resta ammirati per l'economia, la sintesi con la quale viene a riassumersi nella sua integrità un fenomeno tanto complesso e di rilievo. 


Jack C. Haldeman II era il fratello maggiore di Joe, uno dei big della fantascienza. Biologo di professione, affiancò al lavoro di naturalista quello di scrittore e ha al suo attivo un centinaio di racconti e diversi romanzi. Non è stato un nome di grande spicco a sua volta, ma era un professionista, e capace di tirar fuori il colpo d'ala.

domenica 21 marzo 2010

Biblioteca di fantascienza I - Douglas Adams (1952-2001)

Ciascuno di noi ha inclinazioni, gusti, passioni. Ogni elenco di libri che stendiamo sarà perciò sempre determinato di conseguenza. Ciascuno di noi avrà dunque una propria biblioteca "ideale" di fantascienza. Inizio da qui a proporre la mia. Inizio nel modo più semplice: in ordine alfabetico. E così continuerò: il che vuol dire che ci vorrà un po' di tempo per arrivare a Zelazny :-). Il che vuol dire anche che il principio non può essere che... 

Douglas Adams

La tizia con la falce ci ha privati davvero troppo presto dell'intelligenza e dell'ironia taglienti di Adams. Lo scrittore britannico ha però fatto in tempo a lasciarci, oltre a poco altro, la sua serie della Guida Galattica per Autostoppisti che lo ha meritatamente consegnato alla storia della letteratura e del costume. Come è noto, la serie nacque in origine come commedia radiofonica a episodi, trasmessa dalla BBC, e quasi subito il successo ottenuto ne favorì il passaggio agli altri media, primo fra tutti il caro, vecchio libro.

Credo che per descrivere lo stile e la surreale brillantezza dell'intelletto di Adams non ci sia modo migliore che lasciare la parola allo stesso Douglas, nelle pagine iniziali del primo romanzo della serie:
Terrestri, prestate attenzione, prego (...) Qui è il prostetnico vogon Jelz dell'Ente Galattico Viabilità Iperspazio - continuò la voce - Come indubbiamente già sapete, i piani di sviluppo delle zone più remote della Galassiarichiedono la costruzione di un'autostrada iperspaziale che attraversi il vostro sistema solare, e purtroppo il vostro pianeta è uno di quelli che è necessario demolire. Il procedimento durerà poco meno di due dei vostri minuti terrestri. Grazie.

Da allora in poi, Adams manterrà sempre quanto promesso in quelle prime righe :-)

 
Guida Galattica per gli Autostoppisti
(The Hitch-hiker's Guide to the Galaxy, 1979)
Il primo romanzo, il capostipite del moderno capolavoro dell'umorismo e dell'ironia che è la serie di Adams. E' stato pubblicato innumerevoli volte nello stivale, quella a lato è la prima edizione, nel 1980.


 
Ristorante al Termine dell'Universo
(The Restaurant at the End of the Universe, 1980) 
Innumeri volte ristampata anche la prima continuazione delle avventure di Ford Prefect e Arthur Dent. Non meno proverbiale di quello del primo episodio è anche il titolo di questo secondo, a testimonianza del grande impatto e successo del lavoro di Adams.

 
La Vita, l'Universo e Tutto Quanto 
(Life, The Universe and Everything, 1982)
Adams non deflette, Dent&Prefect continuano le loro avventure surreali con la consueta intelligenza e il brio di cui l'autore intessè la sua scrittura. E... continua a essere proverbiale.


 
Addio, e grazie per tutto il pesce, 
(So Long, and Thanks for All the Fish, 1984)
Una volta completata, la trilogia non poteva che proseguire :-).  Un po' come, per chi lo conosce, le trilogie di Rat-Man: mai meno di quattro albi. I Vogons hanno tolto di mezzo la Terra, ma Ford e Arthur sono un'altra questione.



Praticamente innocuo 
(Mostly Armless, 1992)
Se la Terra è "Mostly harmless", la scrittura caustica di Adams continua a non esserlo, perché costringe a pensare. Ultimo atto della Guida?



Il volume Mondadori dei Massimi della fantascienza (aridatece i Massimi!) che contiene la serie nella sua interezza, compreso il racconto fino ad allora inedito Sicuro, sicurissimo, perfettamente sicuro (Young Zaphod Play's It Safe, The Hitchiker's Quartet, 1986)



Dirk Gently. Agenzia di investigazione olistica 
(Dirk Gently's Holistic Detective Agency, 1987)
Benché non fosse certo un mostro di prolificità, Adams non ha scritto proprio soltanto la guida. Dirk Gently è la sua versione dell'investigatore privato. Ecco, molto sua...


E ricordate, la risposta è 42, perché...
... il senso della vita è 42 ;-)

 

martedì 16 marzo 2010

Libri che non vedremo mai in Italia

O che ben difficilmente vedremo. In fondo, mai dire mai. Sul sito di Locus è online una lista di libri di fantascienza non a stelle e strisce apparsi nel corso del 2009 in questo nostro vasto mondo. Come ogni lista simile, è scontato che sia parziale e limitata in ogni senso (anzi, parzialissima direi). Ma come ogni lista simile può risultare anche interessante e stimolante: http://www.locusmag.com/Reviews/2010/03/overview-of-international-science.html

Sulla sola base delle descrizioni, i libri che mi piacerebbe vedere prima o poi anche dalle nostre parti sono qui di seguito.

Padrões de Contato, di Jorge Luiz Calife, dal Brasile










Vilm—der Regenplanet e Vilm—die Eingeborenen, di Karsten Kruschel, dalla Germania








Moxyland, di Lauren Beukes, dal Sud Africa
The Book of the Dead, di Kgebetli Moele, sempre dal Sud Africa