martedì 11 maggio 2010

Soltanto parole III - I titoli nella sf: Ex uno plures/It happens sometimes


Ex uno plures

 Catherine L. Moore, alle sue spalle il marito Henry Kuttner

Tanti titoli per lo stesso libro o racconto. Nei capitoli precedenti si è già visto più di un esempio, ma forse il record appartiene al racconto Mimsy were the borogoves dei coniugi Henry Kuttner&Catherine L. Moore, del quale si contano quattro diverse traduzioni (pure loro, però, mettere un titolo del genere ;-)). Per fortuna i casi simili non sono molti, anche se a complicare il tutto può sopravvenire il fatto che lo stesso titolo originale può essere plurimo. Non sono infrequenti, infatti, i casi di diversità di titolo in sede di pubblicazione tra le due sponde anglofone dell’oceano (comici i risvolti del fatto per il romanzo di Jack Vance Servants of the Wankh, il secondo della tetralogia del pianeta Tschai: http://en.wikipedia.org/wiki/Servants_of_the_Wankh), o magari tra l’edizione in rivista e quella in volume, talora ampliata, di un romanzo. Di seguito qualche altro esempio.

La tigre della notte ovvero Destinazione stelle/Tiger! Tiger! ovvero The stars my destination (1956-57), di Alfred Bester. Doppio tra le due sponde atlantiche, il titolo del capolavoro di Bester si ritroverà ballerino anche una volta approdato al Mediterraneo.


Qui si raccolgono le stelle ovvero La casa dalle finestre nere/Here gathers the stars ovvero Way station (1963), di Clifford D. Simak. Doppio titolo sin dall’origine anche per Cliff! ;-)


Picnic sul ciglio della strada ovvero Stalker/Piknik na obocine (1971), di Arkadij Strugatskij&Boris Strugatskij. Forse il titolo più noto dei fratelli russi, sulla scorta del film tratto da Tarkovskij è stato anche tradotto come Stalker.


Codice 4GH ovvero Rete globale/The shockwave rider (1975), di John Brunner. Noto con il titolo anodino di Codice 4GH, in tempi più recenti il romanzo più maturo dell’autore inglese è stato rititolato con il banale Rete globale.


Solo il mimo canta al limitare del bosco ovvero Futuro in trance/Mockingbird (1980), di Walter S. Tevis. Tradotto originariamente con il primo, bellissimo titolo, in seguito il capolavoro di Tevis è stato presentato con quel Futuro in trance che risulta sicuramente più pastorizzato.





It happens sometimes

Isaac Asimov



A volte capita anche questo: i titoli scelti in italiano risultano più intensi (o più chiari o evocativi, comunque migliori) di quelli originali. Probabilmente l’esempio principe è quello relativo alla trilogia della Fondazione asimoviana. I titoli inglesi di Asimov sono in genere molto lineari, precisi e semplici, e le loro traduzioni li hanno seguiti. I tre romanzi (o più correttamente le antologie in cui vennero fusi insieme i racconti e le novelle che compongono il ciclo scritto da Isaac negli anni ’40) ricevettero in origine delle traduzioni decisamente più suggestive dei piani titoli inglesi: Foundation divenne Cronache della galassia, Foundation and Empire divenne Il crollo della galassia centrale e infine Second Foundation si mutò in L’altra faccia della spirale. Pochi altri esempi simili possono farsi, alcuni sono tutto sommato emersi anche prima, come per il capolavoro di Tevis Mockingbird. E tra gli altri…


I trasfigurati/Re-birth ovvero The Chrysalids (1955), di John Wyndham. Quale che si voglia considerare come titolo “più” originale, quello italiano del grande capolavoro di Wyndham sulle mutazioni genetiche è molto più potente e incisivo. Succede, per fortuna!


L’inverno senza fine/The world in winter (1962), di John Christopher. Ovviamente il titolo originale di questo bellissimo romanzo è preciso ed esauriente, ma quanto più profondo, lirico, evocativo e ricco di significato quello italiano!


Le ali della mente/On wings of song (1979), di Thomas M. Disch. In tutta franchezza entrambi I titoli sono molto belli: quello originale ha un’inflessione più poetica, quello italiano più pregnante sotto il profilo fantascientifico. Mi piace sottolineare, qui, come pur cambiando e ponendo l’accento su un pilastro della storia diverso da quello focalizzato nel titolo originale, la traduzione italiana sia riuscita a cogliere e veicolare un aspetto caratterizzante e basilare di questo assoluto capolavoro di Disch, il suo ultimo libro squisitamente di sf prima di dedicarsi soprattutto alla poesia e a romanzi più genericamente fantastici (e splendidi).


L’alternativa/Philip K. Dick is dead, Alas ovvero The secret ascension (1992), di Michael Bishop. Una delle più belle opere di recursive science fiction, ovvero di meta-fantascienza, questo romanzo è meglio rappresentato dall’enigmatico titolo italiano, che cela suscitando curiosità, che non dai titoli originali. Il primo è fin troppo prosaico, e il secondo, pur evocativo, in non dice nulla di veramente significativo né riesce a stimolare la curiosità.


Le puntate precedenti:
http://olivavincenzo.blogspot.com/2010/05/soltanto-parole-ii-i-titoli-nella-sf.html

Soltanto parole II - I titoli nella sf: Bastava così poco, eppure…


Bastava così poco, eppure…
Hal Clement

Eppure, immancabilmente, quel poco è mancato ;-). Se parecchi sono gli esempi di titoli tradotti in maniera raccapricciante o che lasciano interdetti per la mancanza di un senso; molti, molti di più sono quei titoli che non possono non dirsi corretti, ma nella loro correttezza mortificano quelli originali banalizzandoli senza rimedio. Esemplare il caso di Stella doppia 61 Cygni, titolo del più famoso romanzo di un maestro della hard sf, Hal Clement, il più ortodosso, al cui confronto Clarke è un romantico appassionato ;-). Titolo assolutamente corretto: è il sistema solare su un pianeta del quale Clement ambienta il romanzo. Ora, il titolo originale è: Mission of gravity. Nulla di particolarmente eclatante o suggestivo come si vede; in fondo si limita a sottolineare un aspetto diverso del libro, con quel terribile problema della mostruosa gravità del pianeta Mesklin. Eppure… Eppure in Mission of gravity c’è qualcosa che manca nel corretto, banale titolo italiano: c’è mission, a indicare l’avventura, la sfida; e c’è gravity, a indicarne il contenuto rafforzando la sfida. Bastava poco, appunto. Di seguito una scarna selezione di titoli. 

Il mestiere dell’avvoltoio/The unpleasant profession of Jonathan Hoag (1942), di Robert A. Heinlein. Et voilà, la sgradevole professione di Jonathan Hoag, sulla quale è lecito interrogarsi, diventa un qualsiasi mestiere dell’avvoltoio. Quale che esso sia. Nulla da eccepire, in realtà, se non fosse appunto che il titolo, pur senza fornirla realmente, dà un’indicazione al lettore invece di suscitarne l’interrogativo e la curiosità contenute nel titolo originario di questo romanzo, abbastanza atipico per lui, nel quale Heinlein si districa tra i generi.

smg. "Ram" 2000/The Dragon in the sea (1956), di Frank Herbert.  Nella traduzione, il primo romanzo dell’autore di Dune perde quella forte coloritura romantica, perfino fuorviante per certi versi, che gli viene dall’accostamento di un luogo, il mare, e un soggetto, il drago, tra i più classici della narrativa d’avventura; e della fantascienza per immediata transizione. Basti pensare al verniano Ventimila leghe sotto i mari e ai dinosauri de Il mondo perduto di Doyle, sorta di upgrade del drago in chiave più fantascientificamente pura (come lo è il sommergibile herbertiano). I traduttori debbono poi avere qualcosa di personale nei riguardi di Herbert se il suo miglior romanzo, Hellstrom’s Hive, dopo la corretta traduzione primigenia in L’alveare di Hellstrom è stato più recentemente rititolato Progetto 40. Che magari non è neanche così tremendo, ma certo stempera quella minaccia naturale che non è difficile prospettarsi a partire dal titolo originale.

Incidente nucleare/Nerves (1956). Di Lester Del Rey. Se la novella del 1942 è stata correttamente tradotta con Nervi, questo romanzo del 1956 che ne è l’espansione è stato correttamente tradotto come Incidente nucleare. Peccato che un titolo così burocratico soffochi in culla il senso di ansia immediato provocato dal titolo originario del lavoro di Lester Del Rey :-/

Incognita uomo/Who? (1958), di Algis Budrys. Anche qui una traduzione impeccabile. E inesorabilmente burocratica. Il senso è quello, ma decade l’urgenza, l’angoscia di quell’interrogativo esistenziale espresso nella secchezza della domanda esplicita. E vabbe’.

Davy, l’eretico/Davy (1964), di Edgar Pangborn. Che differenza c’è? Be’, apparentemente nessuna. O quasi. Appunto, quasi. Come si diceva, bastava così poco. Eppure non si è resistito alla tentazione di apporre una qualifica al semplice nome del protagonista. Una qualifica che invece di aggiungere senso, (de)limitando la figura del personaggio ovviamente ne sottrae. Ci vuole un certo talento per fare ‘ste cose. Il romanzo è uno dei più intensi e belli nella storia della sf.

Dalle fogne di Chicago/The Clone (1965), di Thodore L. Thomas&Kate Wilhelm. Alla sua quarta ristampa, su Urania Collezione, infine ci si è decisi per un secco, preciso, minaccioso: Clone. Ma fino ad allora, questo ruspante romanzo di mutazioni e “orrori” scientifici scritto da Kate Wilhelm insieme all’altrimenti poco noto Theodore L. Thomas si era fregiato di quel titolo da rigurgito idraulico, indubbiamente corretto, ma anche tanto da presa per i fondelli.

Il villaggio dei fiori purpurei/All flesh is grass (1965), di Clifford D. Simak. Ancora una volta un titolo impeccabile, ma che annega nella banalità il portato simbolico ed emozionale di quello originale annullando la forza evocativa di quel legame/identità che esso instaura tra la carne, che percepiamo come umana e nostra, e l’erba che prima facie ci appare ovviamente aliena. Nel titolo di questo romanzo minore di Simak c’è un po’ tutta la sua poetica, insomma. Bastava così poco…

Il mondo della foresta/The word for world is forest (1972), di Ursula K. Le Guin. In genere a levare si fa bene. In genere: qui la soppressione di quella piccola parola comporta una forte perdita di senso. Da un mondo che _è_ foresta, alienità - a partire dal suo nome - si passa a un qualunque mondo della foresta. E insomma… Ursula Le Guin avrebbe poi ampliato la sua celebre novella, ma il titolo italiano è sempre quello.

La matrice spezzata/Schismatrix (1985), di Bruce Sterling. Non era facile, e alla fine il risultato non è neppure male. Però un migliore tentativo di mantenere l’ambiguità di significato contenuta nella crasi schismatic/matrix lo si poteva fare. Un tentativo per illustrare meglio non una banale rottura di quella matrix, ma la sua intima scissione. Okay, non lo si è fatto.


Il quinto giorno/Der Schwarm (2004), di Frank Schätzing. Il titolo è scelto tutt’altro che male, ha un suo senso preciso e una precisa rispondenza con il romanzo. Eppure il titolo originale tedesco (sciame, branco, frotta) con quell’indicare una pletora, una massa in movimento, esprime con immediatezza un’idea di minaccia, che con sottigliezza ben maggiore rende giustizia a questo ciclopico thriller (fanta)scientifico.


Soltanto parole I - I titoli nella sf: Peggio di così si muore


Dannati titoli. E dannati traduttori.

Sono soltanto parole, si dirà. Ma un titolo è molto di più: è il biglietto da visita, l’atto di presentazione di un racconto o un romanzo al potenziale lettore, o di una pellicola allo spettatore. E’ la prima impressione che suscita in quel potenziale lettore o spettatore, che potrebbe esserne attratto o respinto, in modo puramente epidermico ma non per questo meno deciso.
Gli italici traspositori di titoli fantascientifici paiono affetti da una particolare creatività e da fervenza di inventiva nello storpiare atrocemente quelli originali. Senza andare con la memoria ad autentici “capolavori” quali L’invasione dei mostri verdi per il film The day of the Triffids (per altro scialba trasposizione cinematografica del capolavoro letterario di John Wyndham) o La società della camicia stregata, prima traduzione di Player Piano (1952) del grande Kurt Vonnegut, gli scempi sono innumerevoli. Oltre agli scempi ci sono poi i titoli tradotti e ritradotti: lo stesso Player Piano esiste anche (per fortuna) come Distruggete le macchine (che insomma…) e Piano meccanico (e andiamo già meglio). Tutto per la chiarezza in favore del lettore. Comunque in questo caso il cambiamento era un atto come minimo dovuto.

La casistica dell’incessante lavorio mentale dei traduttori (editori, produttori, distributori e quant’altro) non si esaurisce negli scempi. Ci sono i furbi, innanzi tutto.  Il loro capolavoro è forse il filmico 2002: la seconda odissea, traduzione truffaldina di Silent running (1972) - intenso, splendido film di Douglas Trumbull che però nulla ha a che fare con l’universo narrativo di Clarke e Kubrick – del quale per soprammercato sconcia senza verecondia il perfetto titolo.
Ci sono poi quei titoli affatto legittimi, affatto onesti, affatto corretti; che però banalizzano con inesorabilità il senso sottile di quelli originali. A volte basta il minimo scostamento di significato di un vocabolo; altre volte la scelta di privilegiare un aspetto diverso da quello focalizzato nel titolo originale rende la cosa più evidente. Ne accennavo scrivendo a proposito del racconto La professoressa marziana (And madly teach) di Lloyd Biggle, jr.: http://olivavincenzo.blogspot.com/2009/10/fantascienza-il-classico-la.html.

Sempre più, anche in ambito librario, si va inoltre affermando la scelta di non tradurre il titolo originale. A volte essa appare indovinata, in altre occasioni se ne farebbe volentieri a meno: se Star Trek finì fortunatamente con il prevalere (La pista delle stelle…), titoli invariati come Seeker (romanzo di Jack McDevitt pubblicato su Urania); Engine City (di Ken MacLeod sempre su Urania); Human front (di nuovo MacLeod, ma per Odissea Fantascienza) risultano anodini.
In un cantuccio ci sono anche i titoli migliorativi. Pochi, ma ci sono. Perché in fondo non è che editors e curatori vari (a parte gli autori stessi) difettino così tanto di quell’alacre fantasia distruttrice di cui sono dotati gli italici traspositori. E così, a volte, accade anche questo.
I brevi elenchi che seguono, composti quasi solo di romanzi, hanno un valore unicamente indicativo, e in fondo non sono altro che un’occasione di segnalare letture interessanti. Quasi sempre a dispetto del loro biglietto da visita ;-)

Peggio di così si muore
 Kurt Vonnegut, jr.

Se il primato spetta di diritto a chi seppe massacrare Vonnegut con quel La società della camicia stregata, tuttavia certo non mancano altri – autorevolissimi – esempi della creatività italiana in materia. Tra i "migliori" mi piace ricordare...

Gorilla sapiens/Genus Homo (1950), di L. Sprague De Camp&Paul Schuyler Miller. Che non si deve MAI perdere l'occasione di tradurre un titolo che non tradotto si mostrerebbe perfetto. Soprattutto se traducendolo si riesce a trovarne uno che dia l'idea della buffonata. Chissà, forse è stato il terrore per una possibile lettura senza "H"…


Orrore su Manhattan/Shadow on the Hearth (1950), di Judith Merril. E’ fuor di dubbio che fosse un compito arduo tradurre il titolo del capolavoro merriliano: quella ambigua, meravigliosa duplicità contenuta nel termine “Hearth” poneva serie difficoltà. Bisognava cambiare tutto. Ovviamente sparare un “Orrore” nel titolo, giusto per sottolineare la corrività della propria inventiva era una delle peggiori scelte a disposizione, e quindi è stata adottata.

Guerra al Grande Nulla/A case of conscience (1953/1958), di James Blish. Non era facile trovare un titolo che banalizzasse (nullificasse...) quello tanto semplice quanto denso di questo romanzo di Blish, una delle opere più interessanti e profonde di quel fertile campo che è la fantascienza che affronta argomenti religiosi. Non era facile, ma alla Nord e in Mondadori ci sono riusciti.

La lampada del sesso/The primal urge (1961), di Brian W. Aldiss. E anche quella di Aladino, no? Un titolo forte, che esprime davvero l'urgenza di un istinto primario che preme per esplodere, si perde in una traduzione che a voler essere generosi si può definire timida e insipida (ma con taaaanta generosità). Per non farsi mancare nulla. Mondadori nell'ultima pubblicazione del romanzo, sui Classici Urania, ha pure rititolato: La lampada dell'amore. Così non manca nulla davvero.

Infinito/Why call them back from heaven? (1967), di Clifford D. Simak. Non si può affermare, in verità, che Infinito sia un titolo brutto. E però avendo a disposizione un titolo così variamente interpretabile, dove si fondono la pura curiosità e l’urlo disperato, l’ambiguità di senso di quel heaven e l’angoscia di quel call back – avendo tutto questo a disposizione, non era così facile scovare un titolo che non dicesse assolutamente nulla e rendere un così pessimo servizio a questo grande capolavoro simakiano. Bisognava mettercisi d’impegno.

Il cacciatore di androidi/Do androids dream of electric sheep? (1968), di Philip K. Dick. In realtà non c’è nulla di sbagliato nel primo titolo italiano del romanzo dickiano. A parte il fatto che nella sua ragionieristica equanimità si perde tutto il portato esistenziale di quella domanda. Si perde la ricerca dell’identità, che il titolo originale sottende. Insomma si perde tutta la forza di quel titolo enigmatico, bizzarro e seducente. Né andrà meglio quando il successo del film partorirà lo scontato Blade Runner; e infine si arriverà a Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, filologicamente correttissimo, ma che nel passaggio tra le lingue si muta in farsesco.

Il signore della svastica/The iron dream (1972), di Norman Spinrad. I nazisti fanno sempre cassetta, e fanno tanto tanto colore. Per cui perché non sbattere in bella evidenza la loro colorita e cassettosa presenza nel titolo? In particolar modo se quello originale possedeva tutta l'evocatività dell'accostamento tra la cupezza metallica suggerita dal ferro e l'ambigua leggerezza di quel sogno.

I reietti dell'altro pianeta/The dispossessed. An Ambiguous Utopia (1974), di Ursula K. Le Guin. Anche dell'altro mondo, volendo. Per carità, il titolo del grande romanzo della Le Guin era impegnativo da tradurre, complesso e articolato di senso com'è. Però magari si poteva fare a meno di trovarne uno così privo di attrattive. E quando hanno deciso di rimediare ne hanno scelto un salomonico che banalizza al cubo: Quelli di Anarres. La cover qui accanto li sfoggia addirittura entrambi.

C'era una volta l'America/Through darkest America (1986), di Neal Barrett, jr. Merita indubbiamente una menzione questo titolo che probabilmente vorrebbe evocare un effetto di nostalgia, annullando, invece, con eco buffonesche la durezza del titolo originale che prefigura l'immersione nel cuore più nero e drammatico della nazione USA. Grazie, Urania.

X/Little brother (2008), di Cory Doctorow. Per chiudere, un esempio fresco fresco che ci viene dalla Newton Compton. Quel “fratellino” originale era senza dubbio una sfida, rimandando sin dal titolo sia al “fratellone” orwelliano che al contenuto di questo romanzo assai anomalo sui giovani, il controllo sociale e l’educazione. Per essere sicuri di operare al peggio, una bella incognita, una bella croce sopra e passa la paura!

sabato 1 maggio 2010

[fantascienza] Precursori – Il parassita (The parasite - 1894) di Sir Arthur Conan Doyle (1859-1930)


Ho sempre avuto l’impressione che, appiattito sulla sua fama di “padre” di Sherlock Holmes, e schiacciato tra i nomi di Jules Verne ed Herbert G. Wells, Doyle sia poco considerato quale anticipatore della fantascienza del XX secolo. Il suo notorio interesse per l’occulto probabilmente fa il resto. Eppure con i romanzi dedicati al personaggio del Professor Challenger, primo tra tutti quel seminale Il mondo perduto i cui riverberi arrivano a noi attraverso Jurassic Park, e con il più tardo romanzo L’abisso di Maracot Doyle occupa un posto di rilievo quale precursore di quella letteratura che diverrà poi la fantascienza.  Né il suo apporto si esaurisce con esso. The parasite, breve novella pubblicata in origine a puntate sulla rivista Harper’s Weekly, è in genere rubricato alla voce “horror”, ma si tratta di un’opera che appartiene senza dubbio alla fantascienza. Anche alla fantascienza: le atmosfere, le suggestioni e lo stile emotivo sono certamente quelle del racconto dell’orrore; ma l’argomento, il carattere di estrapolazione e ragionamento sui confini della conoscenza, nonché le caratteristiche del suo protagonista sono agevolmente ascrivibili al campo della di là da venire science fiction.

Austin Gilroy, il protagonista della novella, è un giovane ricercatore e professore universitario, un fisiologo dal brillante presente e ancor più luminoso avvenire. E’ un campione del razionalismo e dello scetticismo ottocentesco. O quanto meno è ciò che egli ritiene di essere. A Doyle sfugge infatti un po’ la penna, e il desiderio “indecente” di Gilroy, perfino ardente a tratti, di credere a certi fenomeni preternaturali, assume a volte concretezza ed evidenza. Non che la cosa si traduca in un difetto: forse senza che lo scrittore ne avesse l’intenzione, questo tratto della personalità del personaggio che egli gli attribuisce si rivela infatti un sottile elemento di verosimiglianza e complessità psicologica. Gilroy si sforza continuamente di stabilire la dimensione perfettamente materiale, fisica, razionale dei fenomeni nei quali va incorrendo, ma è appunto il profilo psicologico stesso che Doyle gli conferisce, con indubitabile maestria, a confutare la sua filosofia.

Il grande interesse di Doyle per il sovrannaturale è evidente in tutta la novella, come il fatto che in questo stadio della sua vita egli ne è affascinato e coinvolto, ma non ancora al livello estremo dei suoi ultimi anni di vita. Traspare, da queste pagine, l’interesse dello studioso e non la propaganda del fedele.
Illustrazione originale da Harper's Weekly (Howard Pyle)

Nella novella si respira una robustissima aria di fine ‘800, un registro stilistico che, quanto ai contenuti, oggi sarebbe probabilmente impensabile. Un registro stilistico per molti versi più sincero di quanto oggi è comunemente ritenuto accettabile. Gilroy è un personaggio per molti versi prototipico, il classico eroe-scienziato che di lì a poco la narrativa popolare canonizzerà (almeno per qualche tempo). Gli si affiancano l’inevitabile fidanzata dell’eroe – inevitabilmente sfocata e apposta a guarnizione, salvaguardia, e preoccupazione dell’eroe – e il villain di turno. Se nel personaggio di Agatha, la fidanzata di Gilroy, Doyle non fa nulla per uscire dal prodotto in serie, con il professore come già detto svolge ben altro lavoro. E forse ancor più con l’antagonista. La antagonista.  E già la scelta di contrapporre all’eroe una donna è interessante. Per rendere accettabile la cosa lo scrittore scozzese dota Helen Penclosa degli attributi morali – e fisici – del mostro. Attributi che oggi ne farebbero più una vittima, forse perfino del giovane professore stesso. Ma questo è un racconto ottocentesco: quindi è statutariamente un mostro una donna, menomata da zoppia, esteticamente comune fino all’insignificanza, più anziana dell’eroe, consapevole del suo impegno con una giovane e bella ragazza – è un mostro - per principio - una donna siffatta che osi innamorarsi dell’eroe. E che tenti di carpirne l’amore con l’inganno, e, respinta nonostante tutto, si trasformi in una Erinni assetata di vendetta. Doyle non nasconde il disgusto fisico ed il rifiuto estetico, anche crudeli, del giovane scienziato.

E la fantascienza? Helen Penclosa è una medium dai poteri enormi. Mesmerizzatrice, ipnotizzatrice, diviene l’oggetto degli studi scientifici di Austin, che incautamente si sottopone ai suoi poteri per verificarli e poter compiere le sue brave riprove sperimentali. Doyle è molto attento, fiscale perfino nel presentare le parti del racconto dove svolge il suo ragionamento più speculativo. Come non fa prendere una parte definitiva al suo personaggio, non sembra prenderne neppure lui.  I poteri della donna esistono: ella si dimostra davvero in grado di prendere il completo controllo della volontà altrui come affermava di poter fare; però il giovane scienziato, tra un’angoscia e l’altra per ciò che viene costretto a fare dalla medium, continua lucidamente a cercare o quanto meno aggrapparsi all’idea che essi poteri siano perfettamente naturali e in quanto tali investigabili. Trasformato suo malgrado in burattino, reagisce con vera ferocia in una poderosa escalation di emozioni e sentimenti di risentimento e odio, speculari a quelli della sua controparte.
Harper's Weekly, nov.1894

Il solido scheletro (fanta)scientifico viene così rivestito di calda carne romantica, venata da una cifra orrorifica intensa ma costruita con abilità e sapienza. E un certo gusto per stupire, forse anche scandalizzare.

Anche nella risoluzione della vicenda Sir Arthur manterrà l’ambiguità di fondo che percorre il tessuto di tutta la novella: il nodo gordiano in cui i due protagonisti hanno intrappolato sé stessi non viene sciolto né da Austin né da Helen Penclosa, ma più semplicemente dalla casualità della vita, a ribadire dunque la non scelta di campo dello scrittore. E in tal modo viene anche preservata la verginità morale di Gilroy; oggi un riguardo del genere all’eroe non verrebbe concesso e dovrebbe sporcarsi non solo le idee e l’anima, ma anche le mani ;-)

La breve novella può essere letta in inglese a questo (tra i molti) indirizzo: http://www.classic-literature.co.uk/scottish-authors/arthur-conan-doyle/the-parasite/

mercoledì 28 aprile 2010

[fantascienza] I contemporanei – La Signora del Freddo (The Mistress of Cold - 1984) di Ian Watson (n.1943)


Torno con vero piacere a Ian Watson dopo aver scritto di The butterflies of memory (http://olivavincenzo.blogspot.com/2009/02/fantascienza-i-contemporanei-le.html). Solo di recente La signora del freddo mi risulta pubblicato per la prima volta in Italia: nell’antologia Pagine dal futuro delle Edizioni della Vigna (mi sono soffermato anche su un altro bel racconto pubblicatovi, Idle roomer, di Mike Resnick e Lezli Robyn: http://olivavincenzo.blogspot.com/2009/12/fantascienza-i-contemporanei-linquilino.html), ma precede il citato racconto di circa vent’anni. E se ne differenzia estesamente. Se The butterflies of memory è scritto in uno stile piano, perfino quotidiano nonostante lo sguardo penetrante su futuri scenari della tecnologia e della comunicazione, The Mistress of Cold - attraverso una scrittura che fonde linguaggio teatrale, analisi psicologica e lapidaria suggestività del racconto di gesta – assume i toni allusivi dell’apologo e l’icasticità seduttiva della parabola.  

Watson elabora un racconto nella sua essenza semplice e chiaro, vergato con raffinatezza letteraria e ricercatezza linguistica pregevoli; ricamando con cura da psicologo i brevi ritratti dei tre protagonisti, La Signora Margueritela Mistress of Cold del titolo -, Il Dottor Sovrenian e Il Generale Harker. I tre personaggi di un dramma – una tragica farsa – che ha per palcoscenico un mondo da Guerra Fredda: un mondo dove la Guerra Fredda è giunta alle sue estreme conseguenze, dando concretezza reale al proprio secondo termine (a Watson deve essere piaciuto molto giocare con il vocabolo ;-)). Lo scrittore britannico ci narra una paranoia che oggi ci pare appartenere al passato; credo che uno sguardo attorno a noi mostri l’eterna, riveniente attualità del racconto.
Il numero 96 di Ambit, la rivista dove apparve originariamente il racconto

Noi e Loro. Bene e Male. Del tutto indiscriminabili perché naturalmente del tutto equivalenti. Le due fazioni hanno distrutto completamente la vita sul pianeta portandone la temperatura in superficie a un decimo dallo zero assoluto. Sopravvive ancora una riserva di calore nel nucleo della Terra, e due sole comunità umane rinchiuse in due Enclave sotterranee rinserrate dal gelo: Noi e Loro. Noi siamo cinquemila uomini e trecento donne: una vera assicurazione sul futuro. Noi siamo i tre protagonisti. La Signora, venerata e indiscussa – perché non discutibile - capo della comunità, controllata come un automa – e totalmente controllata dalla sua ossessione per il controllo totale; il Dottore, un peculiare mad doctor infatuato della donna e della conoscenza; il Generale, degno per ottusità di figurare nel kubrickiano Dottor Stranamore ma tenero, ingenuo come un vero essere umano.  Noi abbiamo una sola Fede: la vittoria a costo della distruzione finale di Loro; e inevitabilmente abbiamo perduto la ragione. O forse abbiamo perduto la ragione, e inevitabilmente la sostituiamo con la nostra sacra missione. Le nostre ossessioni trionfano. Un pulsante premuto e macchine succhiano il residuo calore del nucleo terrestre, lo zero assoluto si approssima, l’Enclave del nemico si spegne. Ma solo Sovrenian sa che il funzionamento del congegno è irreversibile, e la tacca terminale sulla scala di lord Kelvin attende anche Noi.

La Signora del Freddo è proprio questo, in primo luogo: una disamina fredda (absit iniuria verbis!) dei meccanismi psicologici che presiedono alle ossessioni che ci tormentano e muovono come esseri umani, e si traducono nelle catene mentali e sociali nelle quali ci costringiamo. Il credo di Harker è quello dell’ultimo uomo che resta in piedi: se comprende che non vi è possibilità di restare in piedi, va in pezzi. Sovrenian è dominato dalla sua curiosità pura, dall’ansia di penetrare nell’inesplorato: pagherà le conseguenze di un meccanismo non innescato né governato da lui, ma al quale egli ha fornito la possibilità di esistere e funzionare; sarà tuttavia il solo a mantenere (o forse recuperare) la consapevolezza lucida del risultato degli eventi benché esso si traduca in qualcosa di inaspettato per lui. La Signora resta il personaggio più agghiacciante (aridaje!), patetica marionetta umana che perfino nel disperante controfinale del racconto continua a prodursi nell’eterna coazione a ripetere del controllo: quello della sua ossessione su di lei, e quello di lei sull’umana credulità: ciò che più si evidenzia come cosa patetica è la necessità del Potere, per giustificarsi, di continuare a essere officiato. Soprattutto quando esso non ha più alcun significato.
Il volume delle Edizioni della Vigna dove il racconto è stato pubblicato nel 2009

L’amarezza della profezia in forma di parabola è compiuta dall’innesto più propriamente fantascientifico del racconto. Watson si serve di un intarsio di genuino sense of wonder d’altri tempi per fornire alla vicenda un contrappasso severo ma privo di moralismo ipocrita. La Terra, anzi l’universo – l’eredità che spetta a Noi vincitori – non raggiungerà mai lo zero assoluto. Con una sorta di salto quantico (e della suspension of disbelief), la temperatura trapasserà da una scala positiva a una negativa, inerpicandosi verso il Calore Assoluto, il valore raggiunto (in partenza) al Big Bang. La sf ha spesso sentito il fascino e le potenzialità visionarie di eventi paragonabili. Ai primordi erano frequenti le storie che narravano del passaggio dalla nostra dimensione a quella dell’infinitamente piccolo; la storia più nota dell’epoca resta il romanzo The Girl in the Golden Atom (1922) di Ray Cummings, ma ancora negli anni ’50 Richard Matheson scriverà sull’argomento il capolavoro The Incredible Shrinking Man.

Ci vorranno comunque un diecimila anni per arrivare a quel Calore Assoluto. Diecimila anni durante i quali Noi, divenuti immortali in questo nuovo piano di esistenza, sperimenteremo il dolore crescente di questo crescente Calore Negativo. Se non è l’Inferno della mitologia è sicuramente qualcosa che gli somiglia parecchio da vicino. E chissà che non sia per questo che Loro, pur possedendo la tecnologia per compiere l’ultimo passo, non l’hanno compiuto. Ma noi siamo i più furbi, nevvero? 
Watson insieme a Roberto Quaglia (a sinistra nell'immagine) sulla copertina del loro libro

Ian Watson ha aggiunto recentemente un alloro ai successi di una carriera lunga e fruttuosa, ricevendo, a trentadue anni dal suo primo, un BSFA Award (il premio dato dall’associazione britannica della sf) per il racconto The Beloved Time of their lives (http://www.ianwatson.info/The_Beloved_Time_of_their_Lives_free4all.pdf), scritto, come gli altri della raccolta The Beloved of my Beloved e molti altri in precedenza, insieme all’italiano Roberto Quaglia, forse lo scrittore italiano di sf più noto nei paesi di lingua anglosassone, ma praticamente sconosciuto in patria.

[fantascienza] Il classico – La persistenza della visione (The persistence of vision - 1978) di John Varley (n.1947)


Ho citato spesso, quale definizione esemplare del genere, quella secondo la quale “E’ fantascienza tutto ciò che il direttore di una rivista di fantascienza accetta di pubblicare”. E giacché il capolavoro di Varley è stato pubblicato nel marzo del 1978 su The Magazine of Fantasy and science-fiction, esso appartiene indiscutibilmente al campo ;-).

The persistence of vision è una delle opere più famose di Varley, autore fin troppo trascurato in Italia ma tra le voci più notevoli della sf americana, e ha meritatamente ricevuto nel 1979 tanto il premio Hugo che il Nebula, i principali della narrativa fantascientifica – più spiccioli vari. La mia apertura deriva dal fatto che, nonostante questo pedigree impeccabile, la novella ha un contenuto che un purista riconoscerebbe come “fantascienza” frazionalmente superiore a zero. E’ indubbiamente ambientata nel futuro – futuro per l’epoca in cui è stata scritta, si svolge tra il 1993 e il 1° gennaio del 2000 – ma fino alle ultime righe il suo contenuto non ha apparentemente altre caratteristiche fantascientifiche; e pure quelle ultime righe sembrano solo labilmente, nebulosamente riconducibili al fantastico o alla sf. Tuttavia è non meno indubitabile che questa novella offra al lettore un esempio di estrapolazione con pochi pari, e rappresenti alla perfezione quel tipo di narrativa che può definirsi speculative fiction – locuzione che preferisco a science fiction, del resto ormai canonica.

A prima vista la collocazione italiana della novella, nel corposissimo volume I Mutanti uscito nella collana delle Grandi Opere della Nord può apparire bizzarra: Varley racconta, con uno stile diretto e quotidiano, quasi naturalistico anche negli occasionali slanci lirici, la storia di una di quelle “comuni” che fiorirono nel New Mexico, intorno a Taos, a partire dall’insorgenza delle ribellioni giovanili negli USA nel 1963-64 in avanti. Certo, la comune in questione nasce circa  venticinque anni dopo, ed è molto particolare. I suoi membri sono tutti coetanei, sordi e ciechi dalla nascita. Nel 1964 un’epidemia di Scarlattina aveva causato negli Stati Uniti la nascita di diverse migliaia di bambini ciechi-sordi; una cinquantina di loro, dopo numerose vicissitudini, fonderà la comunità agricola dove giunge l’innominato protagonista narrante intorno al 1993. L’uomo è un randagio, un vagabondo in fuga da sé stesso, forse alla ricerca di sé stesso. Nell’approdo di Keller, come egli identificherà per sé l’altrimenti ugualmente innominata comune (da Helen Keller: http://en.wikipedia.org/wiki/Helen_keller), il suo modo di essere e pensare muterà radicalmente.

Il Mutante è uno degli archetipi più intensi e caratterizzanti della letteratura di fantascienza, perché sin dalla sua filosofia di base essa non può che essere letteratura della mutazione. Può mancare (o esserci) qualunque cosa in un racconto o romanzo di fantascienza, ma se manca un elemento mutageno – se la realtà descritta non è plasmata o integrata secondo schemi altri da quelli reali – essi saranno privi della loro ragion d’essere. E la mutazione non manca di certo in questa novella.

Ciò che Varley descrive è una mutazione multilivello e multisenso. Una mutazione sociale, in primo e più decisivo luogo. La società di Keller è l’esperimento, la realizzazione di una società autenticamente trasformata rispetto a quella della nostra esperienza di ogni giorno. Una mutazione indotta dalle caratteristiche fisiche dei kelleriti, e perfettamente logica e consequenziale ad esse. Mutazione che scardina tutte le convenzioni esterne, calibrate su una realtà del tutto differente. Mutazione perfettamente efficace, efficiente, funzionante. Mutazione (riuscita) è adattabilità, o meglio funzione di questa, come questa lo è di quella. E l’adattabilità è probabilmente la qualità cardinale di Homo sapiens. Keller è soprattutto mutazione sociale nel suo essere invenzione della ragione umana, e del tutto naturale, inevitabile. Forse la sola pecca, il solo scivolamento di Varley nella pura utopia è questa sua fiducia incondizionata nella capacità di un gruppo umano, che per quanto omogeneo al suo compiersi resta eterogeneo in partenza, di agire secondo ragione. Ma come possiamo escludere che la mutazione dei kelleriti non sia più profonda?

Mutazione antropologica e culturale – oltre che banalmente sensoriale. Difficile individuare quale preceda l’altra, ma la qualità umana dei kelleriti ne modella la cultura, ed essa continuamente trasformandosi li muta a sua volta. Lo vediamo nelle pagine in cui Varley cerca di spiegare l’ineffabile, ovvero quel Tatto attraverso il quale avviene la comunicazione più complessa e completa tra i membri della comunità, inattingibile alla comprensione non solo da parte del protagonista-narratore, ma perfino dei figli dei kelleriti. Ai vedenti appare preclusa una vera comunione con la comunità, e in questa inversione oltre alla eco lontana de Il paese dei ciechi di Wells e quella più vicina e pregnante di Io sono leggenda di Matheson, si coglie l’essenza della mutazione in un’ottica culturale: la strutturazione dell’appartenenza e dell’identità in base alle (mutevoli) caratteristiche della popolazione. E' così che si dimostra logica in modo disarmante la scelta di Janet Reilly, la donna che era stata il motore dell'iniziativa di Keller, di rinunciare a ogni funzione "pubblica" nella comunità; e altrettanto logica è la sua, come di tutti gli altri, scelta di confondere nell'identità comune ogni identità individuale, a partire dal nome: quando il protagonista la cercherà tra i kelleriti non la troverà, perché i nomi e le vecchie identità non hanno significato per la mutagena e mutata cultura di Keller.

Mutazione spirituale dell’individuo. Crescita, se vogliamo, e del resto crescere è la mutazione di cui tutti facciamo esperienza, quanto meno sotto il profilo fisico. A contatto con i kelleriti e i loro figli, a partire da Pink, la ragazza che diviene il suo Virgilio, il protagonista attraverserà tutte le fasi della crescita spirituale, il suo pensiero evolverà. Il suo ethos si conformerà a quello locale. Strato dopo strato di conoscenza, la realtà di Keller si dischiuderà alla sua comprensione, fin quando cozzerà con l’invalicabile. Il Tatto ineffabile; l’incomprensibile + + +, non meno ineffabile. Il rito del + + + al quale i figli dei kelleriti neppure possono accedere con i loro sensi troppo diversi, troppo tarati su altre esperienze (né i lettori, che, con il protagonista e narratore, devono contentarsi dei segni grafici).

Mutazione virale. Non in senso proprio. Quando il protagonista giunge al nucleo della propria inadeguatezza, inadattabilità comunicativa, il suo nuovo io entrerà in crisi. Egli, pur sentendosi felice come mai prima in vita sua, comprende che l’impossibilità di penetrare l’essenza più profonda di quel comunicare – che è poi l’identità profonda di Keller – è un ostacolo insormontabile per la sua realizzazione di individuo. E’ con senso di rimpianto, ma anche con la nuova forza e consapevolezza di sé conquistate a Keller che lascerà la comune per tornare nel mondo esterno. Ma Keller si rivelerà un virus più mutageno di quanto apparisse. Anni dopo, e nonostante l’equilibrio apparentemente raggiunto, in un impeto il protagonista tornerà. Qui non troverà altri che i figli dei kelleriti. I genitori sono andati, come dice Pink. E i figli sembrano infine pronti a seguirli, a congiungersi davvero con loro. E il tocco delle mani di Pink libera infine il nostro protagonista dal fardello della persistenza della visione

Ho avuto modo di scrivere in precedenza di John Varley. Qui: http://olivavincenzo.blogspot.com/2009/10/fantascienza-i-contemporanei-soli.html

venerdì 23 aprile 2010

[fantascienza] I contemporanei – Uno studio in verde smeraldo (A study in emerald - 2003) di Neil Gaiman (n.1960)


Il titolo è chiaro: si gioca con Sherlock. Non vado pazzo per Gaiman: che siano le sceneggiature per i fumetti di Sandman o un romanzo come American Gods, la superficialità e artificiosità del suo universo narrativo infastidiscono per la loro evidenza. Gaiman affascina pel ed è affascinato dal volume di fuoco impressionante delle mitologie che affastella nelle sue storie, raffinatamente e in modo compiaciuto. Ma grattando lo strato di fascino epidermico, gli effetti speciali della sua scrittura cessano di rilucere di riflesso e mettono a nudo un universo derivativo di culture e miti dai quali l’autore si limita a togliere quel che gli serve come scegliesse a caso un ingrediente per un dolce solo in base alla vivacità del suo colore, all’estro del momento e soprattutto al gusto per pasticciare tutto in un grande impasto indifferenziato.

Se il gioco è però più scoperto, sincero, se è compiuto e sufficiente in sé stesso quale passatempo intellettuale e finanche cerebrale, esso riesce. Nella dimensione più raccolta e – dimensionalmente – meno ambiziosa di un racconto breve, la strategia gaimaniana si rivela adatta alla costruzione di un meccanismo perfetto, un gioco che il lettore può assaporare parola dopo parola, citazione colta dopo citazione colta, in un rimpiattino con il suo compiaciuto autore.

A study in emerald non è solo un omaggio al mondo di Doyle e della sua creatura, né soltanto una sfrenata eterotopia narrativa. Ed è più della somma delle due cose. E’ un modello, un esempio leonardesco della funzione mitopoietica della moderna attività creativa letteraria, della straordinaria presa che la letteratura popolare ha sull’immaginario e l’elaborazione culturale. Della continua, inesausta capacità di reinvenzione del narratore, operatore di raccordi e rimandi, unificatore di ispirazioni e suggestioni differenti, tradizioni lontane. Dal materiale di risulta il fabbro valente trae utensili robusti.

Quel che altrove si risolve in esibizione, nello sfoggio di sapienza e tecnica e in dar di gomito al lettore, qui non ha modo essere. Forse perché non c’è spazio per espandersi e lasciarsi prendere la mano dall’autocompiacimento, e l’autore britannico è così “costretto” a concentrare e precipitare la messe dei riferimenti, allusioni e miti coinvolti. Deve badare all’essenziale senza distrarsi. Lo si è visto anche in L’orario di chiusura (Closing time, 2002), racconto pubblicato sulla prestigiosa rivista McSweeney’s e apparso in Italia ne  La super raccolta di storie d'avventura (McSweeney's Mammoth Treasury of Thrilling Tales, 2003).

Ecco allora che l’universo di riferimento primario, quello holmesiano, e gli intarsi che Gaiman vi innesta, innanzi tutto la mitologia lovecraftiana, così come i richiami letterari a Jekyll e Hyde e l’inevitabile eco di Jack lo Squartatore, sia il Jack reale che quello della copiosa narrativa su di lui, non ultimo l’Alan Moore di From Hell – ecco che tutto questo va a comporre una griglia di realtà coerente; va a descrivere un mondo altro dal nostro ma compiuto nelle sue parti. L’investigatore londinese che Gaiman fa agire in soccorso dell’ispettore Lestrade è credibile; molto più dell’Holmes di Doyle in effetti.

Oltre a questo vi è la storia di fantascienza nuda e cruda. A Gaiman non basta infatti giocare con Holmes e si spinge più in là. Lo studio è in emerald e non in scarlet perché da settecento anni o giù di lì sulla Terra (l’eterotopia…) sono tornati i Grandi Antichi. E si sono insediati sui troni di tutto il mondo. E il loro sangue è verde (non c’è più quel bel sangue blu di una volta ;-)). Compito del nostro detective è scoprire chi abbia scannato come un capretto il principe Franz Drago di Boemia, uno dei millemila nipoti della Regina Vittoria. La quale ovviamente non è l’amabile (oddio, amabile…) signora della nostra Storia, ma una sorta di orrido blob sibilante, il/la quale – diavolo di un Gaiman e dei suoi riferimenti colti – è in grado di operare guarigioni di malesseri con il semplice tocco dei suoi arti, così come la credulità popolare medioevale accreditava i monarchi di poteri taumaturgici (l’autorità regia era di derivazione divina, ricordiamolo… tra un po’ ci torneremo). I Grandi Antichi hanno sopito i conflitti umani, il prezzo è il loro dominio: ai posteri la sentenza.

Da queste premesse la storia si sviluppa sul doppio binario ferreo della sua aderenza al canone holmesiano – ma Gaiman si mangia il buon vecchio sir Arthur Conan – e alla sua natura fantascientifica di universo molto parallelo: fino alla assolutamente logica (come potrebbe essere diversamente?) conclusione. Non vi scioglierò certo il mistero, ma di sicuro il premio Hugo tributato al racconto nel 2004 appare meritato.

Uno studio in verde smeraldo è apparso sul numero 45 di Robot.