martedì 11 maggio 2010

Soltanto parole I - I titoli nella sf: Peggio di così si muore


Dannati titoli. E dannati traduttori.

Sono soltanto parole, si dirà. Ma un titolo è molto di più: è il biglietto da visita, l’atto di presentazione di un racconto o un romanzo al potenziale lettore, o di una pellicola allo spettatore. E’ la prima impressione che suscita in quel potenziale lettore o spettatore, che potrebbe esserne attratto o respinto, in modo puramente epidermico ma non per questo meno deciso.
Gli italici traspositori di titoli fantascientifici paiono affetti da una particolare creatività e da fervenza di inventiva nello storpiare atrocemente quelli originali. Senza andare con la memoria ad autentici “capolavori” quali L’invasione dei mostri verdi per il film The day of the Triffids (per altro scialba trasposizione cinematografica del capolavoro letterario di John Wyndham) o La società della camicia stregata, prima traduzione di Player Piano (1952) del grande Kurt Vonnegut, gli scempi sono innumerevoli. Oltre agli scempi ci sono poi i titoli tradotti e ritradotti: lo stesso Player Piano esiste anche (per fortuna) come Distruggete le macchine (che insomma…) e Piano meccanico (e andiamo già meglio). Tutto per la chiarezza in favore del lettore. Comunque in questo caso il cambiamento era un atto come minimo dovuto.

La casistica dell’incessante lavorio mentale dei traduttori (editori, produttori, distributori e quant’altro) non si esaurisce negli scempi. Ci sono i furbi, innanzi tutto.  Il loro capolavoro è forse il filmico 2002: la seconda odissea, traduzione truffaldina di Silent running (1972) - intenso, splendido film di Douglas Trumbull che però nulla ha a che fare con l’universo narrativo di Clarke e Kubrick – del quale per soprammercato sconcia senza verecondia il perfetto titolo.
Ci sono poi quei titoli affatto legittimi, affatto onesti, affatto corretti; che però banalizzano con inesorabilità il senso sottile di quelli originali. A volte basta il minimo scostamento di significato di un vocabolo; altre volte la scelta di privilegiare un aspetto diverso da quello focalizzato nel titolo originale rende la cosa più evidente. Ne accennavo scrivendo a proposito del racconto La professoressa marziana (And madly teach) di Lloyd Biggle, jr.: http://olivavincenzo.blogspot.com/2009/10/fantascienza-il-classico-la.html.

Sempre più, anche in ambito librario, si va inoltre affermando la scelta di non tradurre il titolo originale. A volte essa appare indovinata, in altre occasioni se ne farebbe volentieri a meno: se Star Trek finì fortunatamente con il prevalere (La pista delle stelle…), titoli invariati come Seeker (romanzo di Jack McDevitt pubblicato su Urania); Engine City (di Ken MacLeod sempre su Urania); Human front (di nuovo MacLeod, ma per Odissea Fantascienza) risultano anodini.
In un cantuccio ci sono anche i titoli migliorativi. Pochi, ma ci sono. Perché in fondo non è che editors e curatori vari (a parte gli autori stessi) difettino così tanto di quell’alacre fantasia distruttrice di cui sono dotati gli italici traspositori. E così, a volte, accade anche questo.
I brevi elenchi che seguono, composti quasi solo di romanzi, hanno un valore unicamente indicativo, e in fondo non sono altro che un’occasione di segnalare letture interessanti. Quasi sempre a dispetto del loro biglietto da visita ;-)

Peggio di così si muore
 Kurt Vonnegut, jr.

Se il primato spetta di diritto a chi seppe massacrare Vonnegut con quel La società della camicia stregata, tuttavia certo non mancano altri – autorevolissimi – esempi della creatività italiana in materia. Tra i "migliori" mi piace ricordare...

Gorilla sapiens/Genus Homo (1950), di L. Sprague De Camp&Paul Schuyler Miller. Che non si deve MAI perdere l'occasione di tradurre un titolo che non tradotto si mostrerebbe perfetto. Soprattutto se traducendolo si riesce a trovarne uno che dia l'idea della buffonata. Chissà, forse è stato il terrore per una possibile lettura senza "H"…


Orrore su Manhattan/Shadow on the Hearth (1950), di Judith Merril. E’ fuor di dubbio che fosse un compito arduo tradurre il titolo del capolavoro merriliano: quella ambigua, meravigliosa duplicità contenuta nel termine “Hearth” poneva serie difficoltà. Bisognava cambiare tutto. Ovviamente sparare un “Orrore” nel titolo, giusto per sottolineare la corrività della propria inventiva era una delle peggiori scelte a disposizione, e quindi è stata adottata.

Guerra al Grande Nulla/A case of conscience (1953/1958), di James Blish. Non era facile trovare un titolo che banalizzasse (nullificasse...) quello tanto semplice quanto denso di questo romanzo di Blish, una delle opere più interessanti e profonde di quel fertile campo che è la fantascienza che affronta argomenti religiosi. Non era facile, ma alla Nord e in Mondadori ci sono riusciti.

La lampada del sesso/The primal urge (1961), di Brian W. Aldiss. E anche quella di Aladino, no? Un titolo forte, che esprime davvero l'urgenza di un istinto primario che preme per esplodere, si perde in una traduzione che a voler essere generosi si può definire timida e insipida (ma con taaaanta generosità). Per non farsi mancare nulla. Mondadori nell'ultima pubblicazione del romanzo, sui Classici Urania, ha pure rititolato: La lampada dell'amore. Così non manca nulla davvero.

Infinito/Why call them back from heaven? (1967), di Clifford D. Simak. Non si può affermare, in verità, che Infinito sia un titolo brutto. E però avendo a disposizione un titolo così variamente interpretabile, dove si fondono la pura curiosità e l’urlo disperato, l’ambiguità di senso di quel heaven e l’angoscia di quel call back – avendo tutto questo a disposizione, non era così facile scovare un titolo che non dicesse assolutamente nulla e rendere un così pessimo servizio a questo grande capolavoro simakiano. Bisognava mettercisi d’impegno.

Il cacciatore di androidi/Do androids dream of electric sheep? (1968), di Philip K. Dick. In realtà non c’è nulla di sbagliato nel primo titolo italiano del romanzo dickiano. A parte il fatto che nella sua ragionieristica equanimità si perde tutto il portato esistenziale di quella domanda. Si perde la ricerca dell’identità, che il titolo originale sottende. Insomma si perde tutta la forza di quel titolo enigmatico, bizzarro e seducente. Né andrà meglio quando il successo del film partorirà lo scontato Blade Runner; e infine si arriverà a Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, filologicamente correttissimo, ma che nel passaggio tra le lingue si muta in farsesco.

Il signore della svastica/The iron dream (1972), di Norman Spinrad. I nazisti fanno sempre cassetta, e fanno tanto tanto colore. Per cui perché non sbattere in bella evidenza la loro colorita e cassettosa presenza nel titolo? In particolar modo se quello originale possedeva tutta l'evocatività dell'accostamento tra la cupezza metallica suggerita dal ferro e l'ambigua leggerezza di quel sogno.

I reietti dell'altro pianeta/The dispossessed. An Ambiguous Utopia (1974), di Ursula K. Le Guin. Anche dell'altro mondo, volendo. Per carità, il titolo del grande romanzo della Le Guin era impegnativo da tradurre, complesso e articolato di senso com'è. Però magari si poteva fare a meno di trovarne uno così privo di attrattive. E quando hanno deciso di rimediare ne hanno scelto un salomonico che banalizza al cubo: Quelli di Anarres. La cover qui accanto li sfoggia addirittura entrambi.

C'era una volta l'America/Through darkest America (1986), di Neal Barrett, jr. Merita indubbiamente una menzione questo titolo che probabilmente vorrebbe evocare un effetto di nostalgia, annullando, invece, con eco buffonesche la durezza del titolo originale che prefigura l'immersione nel cuore più nero e drammatico della nazione USA. Grazie, Urania.

X/Little brother (2008), di Cory Doctorow. Per chiudere, un esempio fresco fresco che ci viene dalla Newton Compton. Quel “fratellino” originale era senza dubbio una sfida, rimandando sin dal titolo sia al “fratellone” orwelliano che al contenuto di questo romanzo assai anomalo sui giovani, il controllo sociale e l’educazione. Per essere sicuri di operare al peggio, una bella incognita, una bella croce sopra e passa la paura!

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