sabato 6 novembre 2010

I contemporanei - Il giorno che attraversammo la Transizione (El dìa que hicimos la Transiciòn - 1997) di Ricard de la Casa (n.1954) e Pedro Jorge Romero (n.1967)


 Ma prima parliamo di traduzioni. No, non la vexata quaestio di Urania ;-). Questa volta non c’entra la già miserevole pratica di tagliare i romanzi in sede di traduzione che diviene miserabile per la slealtà di non segnalare il fatto in copertina.

Vorrei invece gettare uno sguardo più articolato alla questione. E’ infatti appena uscito in edicola l’Urania Millemondi n.53, Pianeti dell’impossibile, che presenta la seconda edizione dello splendido racconto scritto dal catalano de la Casa insieme allo spagnolo Romero. Il Millemondi traduce il volume The SFWA European Hall of Fame, antologia di fantascienza europea non anglofona curata nel 2007 dagli americani James e Kathryn Morrow. In precedenza, il racconto era apparso nel 2007 nell’Urania Millemondi n.44, Venti galassie, traduzione dello Year’s Best SF 9, curato da David G. Hartwell e Kathryn Cramer e pubblicato nel 2004 con riferimento ai migliori racconti apparsi in inglese nel 2003. Le due versioni italiane sono molto diverse e il loro valore appare diseguale. Chiarisco subito che non è questione di tagli né necessariamente di una maggiore o minore capacità dei due traduttori italiani: a quel che si può capire le due versioni dovrebbero far capo alle due differenti edizioni anglofone (di cui non trovo il testo in rete) e non al racconto originale in spagnolo, leggibile qui: http://archivodenessus.com/cuento2.htm. Le differenze e la disparità di valore potrebbero dunque essere benissimo attribuite all’origine, alle traduzioni in inglese. Non sono però queste due specifiche traduzioni di uno stesso racconto ciò su cui vorrei portare l’attenzione; tuttavia, data l’occasione, esse si prestano bene per un paio di riflessioni più particolari.

Una riflessione, più generale, vorrei riferirla allo stile. La traduzione più recente si presenta nel complesso come molto più leggibile e stilisticamente più elegante, eppure a ben vedere non è del tutto soddisfacente proprio come l’altra. Più breve della precedente, caratterizzata da un linguaggio più asciutto e pochi fronzoli, con un vocabolario più accurato e che rende il senso della storia e delle frasi con maggior chiarezza sembrerebbe quel tipo di traduzione “scorrevole” e “fluida” per cui i lettori dovrebbero ringraziare se magari il testo originale viene tagliato. Si badi bene, in realtà, che a parte minime discrepanze il contenuto di informazioni delle due traduzioni non presenta differenze: non più che qualche dettaglio minimo, e senza che vi sia uno sbilanciamento in favore della traduzione più lunga. La differenza, a leggerle, sembra proprio tutta stilistica: la traduzione più vecchia è molto più discorsiva, a tratti dispersiva e senza dubbio prolissa; in genere si presenta come abbastanza sciatta e in alcuni punti poco chiara. A prima vista pare anche più aderente al racconto originale, ma non conosco lo spagnolo da potermici addentrare più di tanto. Al di là di questo, però, recupera terreno rispetto alla seconda che in italiano fila indubbiamente meglio perché lo stile, fatta la tara alla sciatteria (che possiamo attribuire al traduttore, inglese o italiano non ha importanza), è più aderente alla materia del racconto. La scorrevolezza è senza dubbio una qualità, ma non assoluta da doverle sacrificare ogni cosa; la nuova traduzione è dinamica, sintetica e adatta all’azione quanto l’altra è statica, prolissa e ricca di distrazioni: il fatto è che in El dìa que hicimos la Transiciòn l’azione, pur presente, è del tutto vicaria rispetto al contenuto speculativo e riflessivo. Se la scarsa cura della traduzione meno recente disturba e a tratti si fa oscura, la nuova traduzione troppo spesso dà la sgradevole sensazione di sfuggire tra le dita e tralasciare di soffermarsi su particolari salienti, anche se l’indubbia eleganza attenua il rammarico.
Ricard de la Casa e Pedro Jorge Romero (primo e terzo da sinistra) insieme agli fondatori della rivista BEM

Una seconda riflessione più circoscritta vorrei riferirla alle scelte del traduttore. Nel racconto originale compare questa frase: Me veía moverme, Isabel parándolos y yo aturdiendo al primero, Isabel al segundo, yo al tercero. Interviniendo la bomba. Inizialmente è tradotta così: Mi vidi avanzare, poi vidi che Isabel li fermava e io stordivo il primo, Isabel il secondo, io il terzo, afferrando la bomba. Nella seconda diviene: [Me veìa moverme, Isabel paràndolos è soppresso avendo formulato in modo leggermente diverso la frase precedente] Io ne stordisco uno mentre Isabel ne atterra un altro, dopo di che stendo il terzo e insieme afferriamo la bomba. Più elegante ed efficace, senza dubbio: ma perché insieme afferriamo la bomba? Mi sembra una forzatura interpretativa eccessiva, per quanto non impossibile. La frase originale mi pare più indeterminata, e anzi nel prosieguo della scena Mikel, l’io narrante, studia da solo l’oggetto tenendolo in mano; è dunque più probabile che sia stato lui ad afferrare la bomba da solo e non con Isabel. Un’inezia, certo, però quante inezie ci sono nel corpo di ogni traduzione? E’ ovvio che ogni traduzione è rimessa all’interpretazione del traduttore, ma quanta di questa interpretazione deve sconfinare dallo stile (e già qui…) e dal senso generale alla lettera del testo?

 Venendo al racconto, esso nella sua impostazione generale è una classica storia di viaggi nel tempo, e più precisamente si inserisce in quel filone di storie dove agiscono corpi di “polizia temporale”. La fantascienza classica americana ha prodotto in materia il capolavoro asimoviano La fine dell’Eternità e i cicli di Poul Anderson e H. Beam Piper rispettivamente della Time Patrol e del Paratime (di cui fa parte il romanzo Lord Kalvan d’Altroquando, uno dei migliori sull’argomento). Ricard de la Casa e Pedro Jorge Romero scrivono una storia degna di quel miglior Asimov, scientificamente rigorosa, intellettualmente affascinante e ardita, e in poche pagine creano due ritratti umani credibili e approfonditi. E soprattutto delle psicologie che appaiono credibili in relazione alla situazione narrata. Psicologie che immaginiamo davvero possano venir plasmate da vite (multiple) come quelle di Isabel e Mikel se mai dovessero esistere. E tuttavia ancora perfettamente credibili come una donna e un uomo di ogni tempo.

Il 7 agosto del 2012 la formulazione della teoria Temporale rende possibile il viaggio nel tempo (passato) ma spacca anche in due la storia: prima di quella data esiste un solo piano temporale, di lì in poi il continuum si frantuma in milioni e milioni, miliardi di linee divergenti, quale più e quale meno. Il Corpo di Intervento Temporale sorveglia che l’ortodossia della storia ante 7 agosto 2012 non venga infranta da criminali temporali. Isabel e Mikel fanno parte della sezione del Corpo che sorveglia la storia spagnola. E il periodo più sottoposto ad attentati temporali è quello della Transizione, il delicato lasso di tempo dalla morte di Franco al tentativo di golpe operato da Tejero, quando la reazione ad esso consolidò in modo definitivo le istituzioni democratiche.

Nel suo contenuto d’azione e di trama, il racconto si riduce alla narrazione di un’operazione della squadra capitanata da Isabel per riportare la storia sui suoi binari noti dopo che dei criminali avevano assassinato Santiago Carrillo provocando devastanti deviazioni della linea temporale. Nel corso dell’azione Isabel morirà. Tutto qui. Ma il vero racconto avvolge questo nucleo, lo pervade e al contempo vi si fa contenere. I due autori sono abili a far emergere da questa minima trama il rapporto tra Isabel e Mikel. Tra le Isabel e i Mikel. Ovvero i molti, infiniti rapporti, tutti variazioni di una relazione portante che si sfarina in quelle degli infiniti Mikel e delle infinite Isabel che di morte in morte rinnovano la propria conoscenza, tornando ogni volta a conoscersi in un modo che al contempo è il solito e ogni volta è diverso. Dalle infinite linee temporali post 7 agosto 2012 viene infatti reclutata, a ogni morte, un’altra delle infinite versioni di ciascun agente temporale. E così ci sarà sempre un Mikel che andrà a reclutare una nuova Isabel mentre ancora sta piangendo la morte della compagna o dell’amica (a seconda di come si è evoluto il loro rapporto speciale nella specifica occasione). Oppure ci sarà una Isabel che farà lo stesso con un Mikel. Ma se le realtà sono infinite, esiste ancora una realtà? Credo che Philip Dick avrebbe apprezzato un racconto come questo. Il lettore apprezzerà invece l’emergere di un Mikel cosciente del suo essere una tappa in una successione di identità sempre diverse e sempre uguali. Un Mikel che si prepara ad affrontare per la prima volta la sua condizione normale di Mikel: la ripartenza del suo rapporto con Isabel dopo la morte – una morte – di costei.
 L'antologia Cosmos Latinos dove il racconto è apparso in inglese per la prima volta

6 commenti:

Muasie ha detto...

Stavo incominciando a chiedermi se la consegna del silenzio fosse stata estesa anche alla parola scritta! :-PPP

Molto interessanti e condivisibili le note sulla responsabilità della lettura data dal traduttore. Per chi non ha la possibilità di avvicinarsi personalmente al testo originale, questa può avere un peso determinante nell'approccio a un autore. Alcuni dei quali non possono sperare in più di una traduzione eventualmente confrontabile.....
By the way, sempre difficilissimo per me trovare l'Urania Millemondi.... :-/

Bentornato. ;-)

Vincenzo Oliva ha detto...

Grazie, eccomi qui di nuovo al lavoro. E oggi si replica :-).

V.

Lupigi ha detto...

Forse (anzi, sicuramente) l'hai già letto, ma ti segnalo comunque questo raccontino sui viaggi nel tempo:
http://www.abyssandapex.com/200710-wikihistory.html

Vincenzo Oliva ha detto...

Delizioso! Non lo conoscevo, grazie :-)

V.

Ricard ha detto...

Grazie molto dai relativi commenti.

Ricard de la Casa

Vincenzo Oliva ha detto...

Grazie a te e a Pedro Romero per la bellissima lettura. Spero di leggere in futuro altri vostri lavori.

V.