domenica 6 settembre 2009

La fantascienza è morta?


La domanda ogni tanto si affaccia e riaffaccia. Fa parte del genere Quaestio otiosa mentulae; sue congeneri sono le più stagionate: “il teatro è morto?”; “il romanzo è morto?”; “il cinema è morto?”; e altre simili amenità per quasi ogni possibile attività della creatività umana. Poiché il teatro, il romanzo, il cinema e il resto sono tranquillamente in vita, quale più in salute e quale magari meno, forse alla fantascienza conviene porsi più spesso ancora la domanda. Non che tali domande siano sempre infondate: magari non sarà completamente estinto, però certo il mimo dei tempi della Roma dei Cesari non ha una bella cera. Insomma, “il mimo è morto?” è una domanda sensata. Ma a guardarsi attorno, chiedersi se sia morta la fantascienza viene subito a mente come quella domanda mentulae di cui sopra. Di fantascienza se ne pubblica e se ne filma in quantità (ahinoi, viene spesso da dire); ne è pieno l’immaginario dei nostri tempi. Se poi sia buona fantascienza è un altro paio di maniche, ma a cercare una definizione condivisibile di “buono” non se ne uscirebbe. Né è molto rilevante.


Ted Chiang - la fantascienza scritta gode ottima salute:

http://olivavincenzo.blogspot.com/2008/12/fantascienza-i-contemporanei-ted-chiang.html


Se la fantascienza è in vita, ed è anche in salute a ben guardare, non vuol dire però che debba esserlo (in salute) proprio in tutte le parti del suo corpo. Tipo quella parte che si chiama Italia.


In Italia, allo stato attuale, la fantascienza non appare davvero di granché robusta costituzione. Né in generale, né in particolare quella scritta dagli autori italiani.


Partendo da questo secondo caso, non parlo in termini di qualità produttiva degli eroici pochi che riescono a farsi pubblicare: come già decenni addietro tra quei pochi ve ne sono di ottimi, di buoni, di meno buoni e di pessimi; come ovunque altrove, e immagino più o meno nelle stesse percentuali. E’ che sono pochi, ora come decenni fa, gli spazi dove possono pubblicare, e quindi tutto sommato pochi anche loro. Nulla di nuovo, sotto questo punto di vista: la fantascienza scritta da italiani è sempre stata una pianticella gracile, per quanto alcuni dei suoi fiori potessero essere graziosi e profumati. Di nuovo c’è che forse oggi quegli spazi un po’ sono cresciuti in termini puramente numerici, ma in compenso sono diminuiti i lettori di fantascienza. Che un fiume in piena non sono mai stati, ma neppure erano il rigagnolo quasi in secca di oggidì; e qualche palcoscenico in più non compensa un calo di spettatori: per certi versi lo rende più inquietante. Qui dal particolare confluiamo nel generale.


Lino Aldani: è stato tra gli scrittori italiani più interessanti degli ultimi decenni ma è pressoché ignoto fuori dei circoli di fantascienza.


Detto che è chiaro che meno lettori significa minor interesse da parte dei grandi editori, che ragionano in termini di numeri consistenti, e che quindi si renda lode a quelli piccoli che comunque permettono di leggere ancora qualcosa, e con loro al fortino di Urania e al suo direttore “Leonida” Lippi che riesce ancora a pubblicare volumi interessanti, sia tra i classici che tra le novità – detto questo - non mi sottraggo all’attuale sport principe dell’appassionato di fantascienza: rispondere al fatidico perché in Italia la fantascienza è in crisi?


Qui una volta era tutta campagna. Negli scaffali delle librerie ormai non c’è più fantascienza, solo fantasy, horror e vampiri. Sono cliché. Ma generalmente i cliché sono tali perché veri. Spesso, come ricorda David Foster Wallace nel libro appena pubblicato in Italia Questa è l’acqua, nascondono verità molto più profonde di quelle immediatamente percepite e percepibili, auto evidenti. Forse quegli scaffali dove sono compressi i superstiti fantascientifici, ovvero Asimov e Dick insieme a non più di una mezza dozzina di altri, indicano qualcosa. Di banale, anche. Ma la profondità non esclude la banalità e viceversa. L’Italia non guarda più da tempo al futuro. In declino demografico, da un paio di decenni almeno va disinvestendo nella scuola, nell’istruzione e nella ricerca scientifica; e dunque nel futuro. Sembra venuta meno una visione a lungo termine (non che fosse mai stata robustissima…), e con essa la visionarietà insita nei fenomeni progettuali. Manca il coraggio di osare. La fantascienza è una forma visionaria di lettura, progettuale: prende la realtà e la trasforma in possibilità. Riflette la realtà come una lente deformante individuandone caricaturalmente le disfunzionalità. E’ apertura al possibile. Per questo ci vuole coraggio.


A questo punto sembra naturale che fantascienza e lettori italiani siano due insiemi sempre meno coincidenti. Pure, il coraggio, la visionarietà e la progettualità saranno deboli tra i lettori italiani, ma non certo estinti. Dobbiamo trovare il modo di far re-incontrare la (buona) fantascienza con questi lettori. Perché hai visto mai che la fantascienza è contagiosa.


Robot, per fare un esempio: la rivista ha diffusione quasi carbonara, come far incontrare lettori curiosi e fantascienza di valore?






10 commenti:

MCP ha detto...

Uh, che bell'argomento :D

Qualche pensiero in estrema liberta'...

Sicuramente oggidi', come spazio espositivo, nelle principali librerie del Bel Paese persino il fumetto (no, dico, il fumetto: l'ultimo della classe, il Calimero par excellence) sta messo meglio della fantascienza.

Il grosso del pubblico credo sia ormai troppo abituato a considerare la FS come un genere cinematografico e basta.

Mentre, per dire, il fantasy nelle sue 800mila declinazioni, l'horror e il vampiresco danno luogo a complesse operazioni su piu' media: libro, film, fumetto, videogioco, merchandising, ciclo di libri, ciclo di film, loghi e suonerie, hamburger, cappellini.

Per la FS questo accade al piu' con il subgenere supereroistico, agganciato ovviamente al fumetto (sempre lui); in tempi recenti la sola eccezione e' stata Matrix, peraltro autocannibalizzatosi in fretta.

Per il resto, Tizio Qualunque puo' tranquillamente andarsi a guardare un Minority Report al cinema, ma non si sognera' di comprare il libro o di cercare il videogioco o la maglietta.

Impostazioni delle major, ovviamente: questione di riconoscibilita' dei character, branding, targetting adolescenziale ecc ecc ecc ecc.

Che cosa ci differenzia dunque dal resto? All'estero, nel mondo anglosassone in particolare, ma anche nell'Europa specie dell'est, la SF/FS letteraria aveva evidentemente raggiunto *prima* una massa critica di lettori e un interesse diffuso che ancora permette di sostenere dignitosi livelli di vendita e nuove produzioni; senza contare l'effetto di lunghissimo corso delle saghe storiche come Star Trek e Star wars, per le quali escono tonnellate di fiction libraria, che fungono se non altro da palestra (nonche' da supporto economico per alcuni autori anche di buon livello); tutto cio' contibuisce a far si' che se nasce un Chang, non finisca a predicare nel deserto. Mentre se nascesse un nuovo Asimov qui, ahilui, a meno che non scriva direttamente in inglese.

Vincenzo Oliva ha detto...

Sono tutte concause che mi trovano d'accordo!

V.

MCP ha detto...

Per (s)fortuna la FS e' capace di contaminare questo o quel subgenere, rientrando magari dalla porta di servizio.

Chi legge tecno thriller, ad esempio, o le varie saghe videogiochistiche militar-ucroniche à la Tom Clancy, ha buone probabilita' di imbattersi in elementi di fantascienza.

Nel caso di TC, e' spesso un futuro di appena qualche anno avanti, con tecnologie appena avanti alle nostre, o che diventano "attuali" a qualche anno dalla pubblicazione.

Vincenzo Oliva ha detto...

Il fatto è, a mio avviso, che la fantascienza è un genere dal punto di vista commerciale: è un'etichetta, insomma. Ma sotto l'aspetto letterario, è un modulo. Sono i vari generi (avventura, giallo, thriller, noir, perfino il fantasy), oltre alla narrativa realistica e a quella umoristica, che possono tranquillamente avere un'ambientazione fantascientifica. Ambientazione che non può limitarsi al fatto di svolgersi a 3-4 anni dal presente, secondo me :-). TC per me resta uno scrittore di spionaggio/azione/thriller/quel che è. E nel suo campo, neppure dei più disprezzabili.

Just my opinion.

V.

Tristano ha detto...

Ciao Vincenzo!
Interessante e stimolante riflessione. ;-)

Un salutone!

Vincenzo Oliva ha detto...

Grazie, my friend!

Non ricordo se abbiamo mai parlato di fantascienza.

V.

Tristano ha detto...

Direi di no.
Abbiamo parlato un po' de L'Eternauta, di Nathan Never e di qualche film, ma non ci siamo mai addentrati nello specifico della fantascienza. :-)

Vincenzo Oliva ha detto...

E allora tocca :-)

V.

Tristano ha detto...

Possiamo provare a parlarne. :-)

Vincenzo Oliva ha detto...

Sicuro! :-)

V.