sabato 19 dicembre 2009

Divagazione in noir - Horace McCoy


Stante il valore dell'autore, recupero quanto scrissi alcuni mesi su quattro opere particolarmente significative di questo colosso del genere.

Non sono un gran lettore di noir, e confesso che sono proprio pochini gli autori del genere che davvero apprezzi. Troppo spesso è dato trovare scrittori di scarso talento che compensano tale scarsezza sparandole grosse. Ovvero: creando situazioni così estreme da essere assurde, per titillare semplicemente la morbosità del lettore; usando uno stile ugualmente estremo, utilizzando le parole con un "realismo" che in realtà sconfina nell'iperrealismo di maniera e, in ultima analisi, nell'uso del linguaggio tanto per (tentare di) scandalizzare il lettore, o quanto meno per procurargli nuovamente emozioni morbose. Un buon parallelo è quello con tanto cinemaccio di fantascienza, che negli ultimi decenni ha sostituito le idee con gli effetti speciali.

Ecco, McCoy non è nulla di tutto questo.


Non si uccidono così anche i cavalli?





Più una novella che un breve romanzo, anche se del romanzo ha l'intensità e la densità, Non si uccidono così anche i cavalli? è una delle cose più disperate che abbia mai letto. Mc Coy porta qui il noir dentro la sua dimensione più metafisica, distillando il sentimento del genere in un racconto dove il nichilismo oblitera ogni speranza e ogni senso dell'esistenza. Eppure lo fa senza mai staccare i piedi dal solido terreno della realtà: questo racconto esce dritto dalla Grande Depressione, e di essa reca le stimmate nelle vite dei suoi protagonisti; e in particolare di quella della vera, assoluta protagonista: Gloria Beatty. Questo racconto è perfettamente calato in una realtà fatta di miseria, disperazione, odio, avidità, meschinità; e riesce a depurare i suoi elementi nel ritratto di un'anima che ha perduto ogni cosa. Perché incapace di avere alcunché oppure privata di tutto dalla vita, questo è un qualcosa che Mc Coy forse lascia decidere al lettore. O forse non gli importa minimamente sciogliere il nodo, perché ininfluente. Non a caso il momento più debole dell'intero racconto è quando l'autore ci concede un minimo scorcio del passato di Gloria; ma poi la telecamera riprende a zoomare in primissimo piano sui volti e il presente dei protagonisti, in modo ancora più disincantato che nei tre romanzi qui di seguito presi in esame. Ciò che conta e vediamo è ciò che essi fanno. Il passato, ma del coprotagonista Robert Syrventer, tornerà a far capolino nel finale, ma qui darà un'illuminazione poetica a tutto il racconto e al personaggio, così apparentemente debole e che scopriamo invece forte.

Del noir c'è tutto: ci sono assassinii e assassini - il racconto è un flashback a spezzoni che parte dall'aula di tribunale dove il coprotagonista viene giudicato -; ci sono personaggi ambigui, al limite del malavitoso; uomini e donne sradicati e senza meta né casa; c'è un degrado che non è tanto morale, quanto del tessuto stesso del vivere: c'è il nostro presente, mediatizzato, pubblicizzato, reso immagine sempre fruibile, spettacolo per la curiosità morbosa di uomini e donne privi di una vita propria. C'è una situazione folle ed estrema: una maratona di ballo che dura per settimane, dove le coppie devono ballare fino a stramazzare per sperare di guadagnare qualche soldo, per il divertimento di un pubblico crudele (Stephen King estremizzerà l'idea di base nel suo capolavoro La lunga marcia). Una situazione ideale per scatenare le passioni e far emergere il peggio di ognuno. E per far maturare l'odio totale, annullante e disperato di Gloria, un personaggio che non si può non amare e non si può non odiare allo stesso tempo. Un personaggio che appare così vero da sperare che non possa mai essere vero.

Gli altri tre romanzi li ho letti in un ottimo volume antologico.



Un bacio e addio

Lo stile è al tempo stesso ricercato e diretto al bersaglio come un proiettile. Osserviamo un signor scrittore di elevate doti letterarie che non ha la minima paura di scrivere cose che colpiscono allo stomaco, e che colpisce con particolare violenza ed efficacia perché nulla nella sua scrittura è eccessivo, ed è anzi perfettamente misurato. Le parole di McCoy fanno male al cuore non perché estreme, pittoresche o "realistiche", ma perché mettono a nudo i personaggi con una naturalezza ed una completezza da lasciare abbacinati. Sono le loro azioni, il realizzarsi dei loro pensieri a definire i protagonisti, a svelarne la personalità e la psicologia. A mostrare un tessuto sociale e umano che, nell'anonimità completa del luogo di svolgimento dell'azione, è specchio di un'America desolata, lontana dal Sogno, corrotta da e corruttrice di quel Sogno. Un'America marcescente, di un'umanità minore e minorata, priva di speranza. Nessun compiacimento in questo far osservare, da parte di McCoy al lettore, una sezione umana e sociale vuota di sentimenti, di orgoglio, di prospettive: solo l'occhio naturalistico di una narrativa disincantata, forse anche cinica. Di certo, straordinariamente raccontata. Non solo - e questo è normale - i personaggi di McCoy non hanno nulla di epico; neppure hanno nulla di epicamente disperato. Sono dei poveri disperati e basta. Dei poveri idioti, in fondo, e Ralph Cotten, il protagonista che si crede un genio del male, per primo; di essi McCoy segue pochi giorni di vita con una macchina da presa che registra tutto per il lettore, senza emettere giudizi; e senza neppure invitare il lettore a emetterne. Fanno tutto loro, i personaggi. E' così che il finale non ha nulla della grandiosità degli sconfitti dalla vita, ma lascia, con semplicità, il vero sapore dell'amarezza che dà l'osservazione di uno spreco privo di alcun senso. Privo di alcun senso perché nessun senso, nessun valore avevano quelle vite di cui erano stati mostrati al lettore degli estratti.

Il sudario non ha tasche

Questo secondo romanzo non solo conferma, ma rilancia le doti di scrittore di Mc Coy. Se possibile, è ancora più disperato e nero di Un bacio e addio, abbandonando una visione che era principalmente individuale della sconfitta per allargarla a tutta la società. Non che in Un bacio e addio la vicenda si risolvesse unicamente nell'analisi della sconfitta, quasi metafisica, del protagonista, Ralph Cotten (o qualunque fosse il suo vero nome); né che ne Il sudario non ha tasche non metta in scena anche la sconfitta, quasi metafisica, del suo protagonista, Michael Dolan. Tutt'altro: la personalità di Ralph pare riverberarsi continuamente su quella dei personaggi che lo attorniano, e che ciascuno in modo diverso dall'altro, e da Ralph stesso, si riflettono in una società indifferente e amorfa prima ancora che corrotta. Ugualmente, la corruzione completa e senza possibilità di riscatto della città di Colton, epitome di tutta l'America e perfino di tutto il mondo, si specchia nella purezza da crociato con cui Michael la combatte; vi si specchia, ma rimandando al lettore l'immagine di un crociato la cui umanità non è solo debole, ma autenticamente ambigua e spesso riprovevole: un crociato sconfitto in partenza non solo dal suo ardore che lo pone al di sopra di tutti e quindi lo condanna a scontrarsi senza speranza con chi è troppo più potente di lui, ma in primo luogo dal suo spirito ambiguo che trae quell'ardore dal senso di inadeguatezza, dal desiderio di vendetta per la sua esclusione ancestrale da quel mondo che combatte. Spirito irrisolto quanto disperato, Michael è predestinato; come lo era Ralph: la differenza tra loro e i romanzi è nella prospettiva da cui si osserva: antropologica in Un bacio e addio, politica ne Il sudario non ha tasche. L'America de Il sudario non ha tasche è potentemente antihollywoodiana, un affresco di malaffare, soperchierie piccole e grandi, provincialismo gretto, razzismo violento, complotti politici; un affresco che non trova alcun riscatto né nella storia personale del protagonista né nello scioglimento della vicenda; che non lascia alcuno spiraglio per il minimo riscatto. Se Hollywood ha mostrato tante volte la lotta - vittoriosa - dell'eroico giornalista, a volte vincente e altre nobilmente perdente, contro il Male, Mc Coy mostra un giornalista che ha ben poco di eroico o di nobile, ma che lotta eroicamente contro esseri umani ed organizzazioni che non sono il Male, ma più concretamente fanno del male, e tanto. L'eroicità e la nobiltà di questa battaglia non risiedono in sé, ma unicamente nella sua impossibilità di essere vinta. Michael, come Ralph, è un personaggio tanto forte da divorare gli altri, che a volte appaiono come aspetti della sua personalità stessa, negati o fortemente desiderati che siano. Non tentato qui da troppe analisi psicologiche, lo stile di Mc Coy si fa ancora più asciutto, preciso, implacabile nelle sue implicazioni descrittive, raffigurando un tessuto umano e sociale dove la pietà e la decenza non hanno cittadinanza.

Questa è dinamite

John Conroy, il protagonista di questo romanzo si distacca nettamente dal delinquente sociopatico Ralph Cotten di Un bacio e addio e da Micahel Dolan, il giornalista crociato e dannato di Il sudario non ha tasche. Non a caso il suo destino sarà diverso. Non che Conroy non sconti un prezzo agro e duro per la sua battaglia contro un potente Sistema criminale - il prezzo sarà anzi molto agro e molto duro - ma tuttavia ne uscirà vivo e vincente. Di estrazione sociale modesta, come l'eroe/antieroe del Sudario, diversamente da costui Conroy non soffre di alcun complesso di inferiorità che lo porti a desiderare una rivalsa nei confronti dell'ambiente grasso e corrotto con il quale entra in contatto; è un intellettuale, perfettamente conscio della propria statura, e che quando gli si offre l'opportunità di conformare la propria vita alle sue idee decide forse con un pizzico di incoscienza di afferrarla e andare fino in fondo costi quel che costi. Se per questo appare meno interessante degli altri due, è però vero che la sua scelta mette in moto una serie di eventi e personaggi che rendono la storia più densa delle altre due. I personaggi di contorno sono più definiti, meno sfuggenti; in poche battute acquisiscono personalità molto concrete e rifinite. Il padre di John, il capitano di polizia Mickey Conroy; il giudice Helen Waycross e sua figlia, che poi aiuterà e sposerà John; la madre di John; l'ex avvocato radiato dall'albo Cicero Smith: tutti costoro, e non solo, hanno una vividezza e si muovono sulla scena con naturalezza, concorrendo a creare una storia non soltanto avvincente e credibile, ma anche compiutamente corale.

L'azione si svolge in una grande città, che resta tuttavia anonima (New York? Los Angeles?), e il Nemico è una potente organizzazione mafiosa al cui vertice sta un villain di spessore: Nemo Crespi. Di spessore non perché Crespi sia un genio, è più un bestione istintivamente furbo e cauto, ma perché il ritratto criminale che Mc Coy fa di lui e della sua organizzazione, degli uomini che gli gravitano intorno, dai picciotti ai politici, giudici e poliziotti corrotti, è un ritratto che non ha bisogno di una penna intinta nei colori foschi per risultare fosco agli occhi del lettore. Mc Coy descrive e lascia osservare un'umanità brutale e degradata nell'animo; un'umanità senza orizzonti che non siano la sopraffazione, il denaro e il potere. Vediamo svolgersi la vicenda come avessimo l'occhio su una telecamera che ritrae i personaggi in azione. I loro pensieri ci arrivano immediati da quanto accade loro, da quanto si trovano a vivere.

La lotta tra Conroy e Crespi sarà senza esclusione di colpi, e lascerà morti e feriti sul terreno. Colpirà John nel modo forse peggiore per lui, ma il ritmo incalzante del romanzo non permette di approfondire troppo; eppure la frenesia che vediamo vivere a John fa sì che il lettore quasi non se ne accorga. Lo stile di Mc Coy resta secco, di un'eleganza e concisione perfette. Senza rinunciare mai a una qualità letteraria ricercata si adatta alla materia narrata.

Finale positivo, dunque? Sì, ma la quasi irrealtà del personaggio purissimo di John Conroy e la devastazione morale e non, disseminata lungo tutte le pagine del romanzo, appaiono come un monito: sì, forse può succedere; ma se anche succedesse potrebbe essere una volta soltanto. E i cocci restano a terra.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Augh! Tre post in pochissimi giorni!
Avanti così.
Complimenti vivissssssssimi.

Vincenzo Oliva ha detto...

Denghiù very much assai ;-)

V.