domenica 14 febbraio 2010

L’ultimo rintocco (mio racconto)

Una piccola invasione di campo, chiedo perdono. Ogni tanto azzardo la scrittura di qualche racconto breve o brevissimo, niente di che. Uno, però, ho la presunzione che mi sia riuscito bene; è questo, scritto ormai quasi sei anni fa.



L’ultimo rintocco

Roma, 16 febbraio 2072 – quartiere “Alta Torre del Paradiso”

Rientrò a casa trafelato dalla quotidiana passeggiata mattutina nel Parco dell’Alta Torre, sempre più breve e stancante. A 107 anni, nonostante i miracoli della medicina dell’Unione Euroamericana, era divenuta un’impresa anche solo camminare tranquillamente, nei giardini sorvegliati dalle guardie armate. Poggiato il bastone all’ingresso e appeso il cappello a tesa larga – il sole romano di febbraio era già pericoloso per anziani e bambini – si recò a brevi passettini stanchi verso la cucina. Sui muri degli ampi corridoi della casa facevano bella mostra di sé quadri, arazzi e sete. Varcò la porta della cucina e rivolse un saluto gentile alla donna che da ormai più di vent’anni si occupava dei suoi pasti ed alla giovane cameriera; respinse cortesemente le premure dell’infermiera che voleva eseguire un controllo delle sue condizioni; si sedette al grande tavolo pulito al centro del locale, con mosse aggraziate e fragili, stanche. Attese in silenzio, regolando il ritmo affrettato del suo respiro su una frequenza più consona alla sua età, fin quando la cameriera gli apparecchiò davanti una tazza fumante di Darjeeling proveniente dalle superstiti coltivazioni dell’Himalaya, cloni delle varietà più selezionate. Con una goccia di latte.

Era un’abitudine che aveva preso più di ottant’anni prima, quando era giunto a Roma dagli allora Stati Uniti d’America, per restarvi sei mesi a fare esperienza all’estero. Erano invece passati quasi ottantadue anni. Al ritorno dalle sue occupazioni, qualunque ora fosse, si preparava la tazza di tè. Darjeeling. Poi era venuto il tempo in cui qualcuno la preparava per lui. Ed era stato sempre così. Ora la cerimonia era anticipata al ritorno dalla sua breve passeggiata: rito nel rito.

Avvicinò il naso alla tazza e lasciò che l’aroma ricchissimo e delicato gli salisse su per le narici e svuotasse i suoi sensi.

Improvvisamente, nel suo cervello si formarono immagini di morte e distruzione, strazianti, terribili; masse umane bruciate vive, scie di fuoco che attraversavano un cielo spesso come catrame e si abbattevano tra case e strade, seminando paura e disastro. Durò forse un secondo, ma fu l’esperienza più dolorosa che avesse mai provato, e riuscì a stento a non urlare. Riuscì a calmarsi, bevve un sorso profumato e appoggiandosi allo schienale della sedia si abbandonò ai ricordi.

Aveva forse quattro o cinque anni quando si rese conto del primo degli strani “poteri” che manifestò di possedere negli anni: intuiva, con sempre maggior chiarezza, le emozioni ed i sentimenti delle persone intorno a lui. E si rese conto che gli altri non potevano farlo. Imparò istintivamente a nascondere questa sua facoltà che divenne via via più forte e precisa; ancor più la nascose quando intorno ai vent’anni si rese conto che “premendo” su certe emozioni e sentimenti degli altri poteva indurli entro certi limiti a compiere o non compiere determinate azioni. Non abusò né usò di questa facoltà, neppure quando significò pagare il prezzo più alto in termini personali.

In seguito giunsero le “visioni”. Rare, brevissime, confuse all’inizio. E poco intense. Aveva quarant’anni quando si manifestarono per la prima volta, e quasi cinquanta quando si rese conto che erano finestre aperte sul futuro, squarci nel continuum temporale attraverso il quale penetravano caotici momenti di realtà dell’umanità di là da venire. Ne fu terrorizzato, anche per la chiarezza e forza sempre maggiori che ebbero. Ancor più terrorizzato fu dall’ultimo “potere” che insorse in lui passati i sessant’anni.

Di nuovo le immagini: meno brutali, ora, come se fossero state ben sintonizzate, e per questo più nitide. Non le contrastò…

Questa volta fu l’esperienza più lunga ed intensa che avesse mai avuto, durò almeno due minuti reali: ore di tempo soggettivo. Gli parve che i decenni futuri scorressero ordinatamente, come una pellicola, impressionando direttamente il suo cervello. Vide i molti uomini, che morivano: di fame, di malattia, di guerre: le guerre infinite, repliche l’una dell’altra, di uomini infernalmente abili nell’essere ogni volta più crudeli della precedente; le malattie sempre più cattive, sempre nuove, a passarsi il testimone in una staffetta di morte; le fami sempre più totali partorite da terre sterili. Vide i pochi uomini che si arroccavano e si armavano sempre più spaventati. Vide la natura sempre più aggredita e abrasa, sempre più aggressiva e abrasiva, in un gioco con l’uomo a chi più sapesse fare del male all’altro. Vide una Terra sfatta.

Ne restò sconvolto come mai prima; spossato, del tutto sfinito. E comprese. Che la decisione presa venticinque anni addietro, che da venticinque anni lo faceva soffrire e lo teneva abbarbicato alla sua vita, era giusta. E che l’avrebbe portata a compimento.

Bevve l’ultimo sorso, tiepido, di Darjeeling. Chiuse gli occhi, e sentì la stanchezza dei due secoli più difficili calargli tutta addosso. Non c’era più tempo, quell’ultima visione lo stava stroncando, i battiti del suo cuore si stavano facendo deboli ed irregolari. “Non ancora!”, pensò; lottò per riottenere il controllo: restava poco da fare, e andava fatto. Estese la sua coscienza, senti la sua rete neurale riprendere il controllo di tutti i gangli che aveva già censito, incasellato, imbrigliato; cercò i nuovi, i pochi che restavano sparsi – non era facile per la sua coscienza sempre più senile tenere il passo delle nascite, cercare nei luoghi più remoti. A un certo punto non trovò più nulla, nessuna coscienza ulteriore. “L’ultimo sforzo.”, si disse. Sentiva il cuore indebolirsi, ma bastava poco ormai. Regolò la sua pulsazione, lavorò come se il suo cervello, unico al mondo, fosse un cesello perfetto in mani infallibili: sentì che tutti i fili erano stati annodati, che il meccanismo si era incastrato. I suoi battiti rallentarono; infine non ve ne fu uno seguente, e ventiquattro miliardi di cuori sincronizzati su quello ebbero il loro ultimo battito. L’ultimo rintocco.

6 commenti:

CDC ha detto...

Complimenti Vincenzo.
La situazione evocata nel finale è davvero d'impatto.
Una chicca, considerato che oggi è S.Valentino, l'immagine inserita in chiusura. ;-)

Vincenzo Oliva ha detto...

Grazie, a questo vecchio raccontino sono affezionato. E mi è parsa un'immagine azzeccata ;-)

V.

Lupigi ha detto...

Bel racconto, bravo! :-)

Vincenzo Oliva ha detto...

Grazie, Lu! :-)

V.

Giuseppe ha detto...

Wow! Lo scopro solo ora, ma, caro Vincenzo, questo racconto è sorprendente! Almeno a due livelli: il primo, per il finale, azzeccatissimo, e sorprendente, appunto. Il secondo: è un racconto *breve*! No, dico, Vincenzo: hai scritto anche una cosa *breve*! ;-) Perdonami se celio sempre, il racconto è davvero carino!

Vincenzo Oliva ha detto...

Eh, grazie, amico mio, ma ti sorprenderò ancora: amo scrivere racconti proprio brevi! ;-)

Ne ho messo anche un altro, tempo fa. Meno riuscito, forse, ma neppure indegno. Credo :-)

V.