domenica 2 giugno 2013

Brevi appunti e pensieri su Mondo di Donne (World without men 1958) di Charles Eric Maine (1921-1981)



Ho accarezzato l'idea di farne una recensione vera e propria, ma forse l'idea è eccessiva per quest'opera. O forse qualche appunto buttato giù alla buona poi può venir utile per un ampliamento futuro. Di certo è una segnalazione che ci sta tutta, Mondo di donne non è più ristampato da oltre trent'anni, da quando nel 1981 apparve nell’ottavo volume della ormai defunta Biblioteca di Urania. 

La novella è un testo che giudico esemplare. Esemplare delle possibilità e delle fondamenta filosofiche della modalità narrativa fantascientifica (e forse del fantastico in generale), ma anche dei limiti della sf puramente commerciale e di genere (e Maine è comunque un autore più che dignitoso). Le possibilità che venga oggi ristampata un'opera del genere, che a una lettura affrettata e superficiale (e forse non solo affrettata e superficiale) risulta omofoba e misogina sono praticamente nulle, e quindi il solo mezzo per procurarsela resta la bancarella e i suoi omologhi virtuali. Mondo di donne è una novella del 1958, in Italia è stata presentata per la prima volta nel 1965 sul fascicolo n.415 di Urania, e in seguito riproposta nel citato volume della Biblioteca di Urania che presentava anche tre romanzi di Maine.


Lo scrittore britannico Charles Eric Maine è stato uno dei tanti onesti artigiani che hanno popolato e fatto la storia della sf di genere: con qualche occasionale zampata di classe superiore. Mondo di donne, che l’autore ampliò negli anni ’70 in un romanzo vero e proprio intitolato Alph, del quale non trovo traduzione italiana, non è una di tali zampate. Dal punto di vista scientifico fa rizzare i capelli (ok, siamo nel 1958, però le femmine a 48 cromosomi e i maschi a 47 urla vendetta; e l’idea della nascita di un maschio umano da una femmina per partenogenesi spontanea fa venir voglia di abbattere l’autore per non farlo soffrire). Dal punto di vista stilistico e letterario la novella è rozza, sciatta e curata in modo assai approssimativo. Dal punto di vista dell’approfondimento dei personaggi lo spessore è pari quasi a zero. È un’opera che appare senza incertezze derivativa, la distopia totalitaria che descrive mostra i suoi debiti con i capolavori di Orwell (1984) e Huxley (Brave New World), come anche di Zamjatin (Noi), senza nulla aggiungervi e limitandosi a una descrizione pedissequa di una società analoga a quelle. È il 1958 quando Maine pubblica la sua novella, e i fantasmi dei totalitarismi fascista e comunista sono ancora vivi nella memoria o del tutto presenti sulla scena (e la storia ne proporrà ancora e ancora negli anni a venire: Brasile, Cile, Argentina, la deriva antidemocratica assunta dalla rivoluzione cubana ecc.). Anche qui Maine si limita a servirsi pedissequamente del suo zeitgeist e a solleticare i sentimenti e le paure del suo tempo. Mettendoci in più, immaginiamo, i suoi sentimenti e le sue paure. Ai totalitarismi politici ne sostituisce uno tecnocratico (il prevalere dei computer senz’anima sull’umanità era una paura antica ben inscritta nel codice genetico della sf e sicuramente una soluzione di maniera) fondandolo su uno di genere: femminile. I mondi privi di maschi hanno prodotto autentici capolavori in ambito fantascientifico: Considera le sue vie di Wyndham (http://olivavincenzo.blogspot.it/2009/04/pubblicato-su-intercom-httpwww.html) era stato pubblicato l’anno precedente e potrebbe essere spunto e antecedente diretto della novella di Maine – oltre a rappresentare un risultato letterario e fantascientifico di ben altra caratura. Per fare altri due esempi soltanto, all’inizio degli anni ’70 Joanna Russ pubblicherà quel breve e straordinario racconto che è Quando cambiò, e negli anni ’90 arriverà Anatomia umana dell’argentino Carlos Chernov (http://olivavincenzo.blogspot.it/2009/06/fantascienza-i-contemporanei-anatomia.html). Della problematicità e delle raffinate analisi psicologiche, sociali e umanistiche di questi autori in Maine non vi è nulla. Dalla novella dell’autore britannico emergono la paura misogina di un femminismo che Maine radicalizza in odio di genere elevato alla potenza ennesima. 

Al di sotto degli strati sociologici con i quali edifica il mondo di sole donne che descrive vi è – chiara – la percezione della donna attraverso il femminismo quale pericolo assoluto per il maschio. Pericolo che arriva all’eliminazione fisica. E per converso vi è, spesso esplicitato, il richiamo a un ordine naturale assoluto delle cose, impermeabile all’elaborazione culturale e al desiderio e volontà umani. Con tutta la sua insistenza sulla supremazia della scienza, che nelle sue mani giunge a uno scientismo grottesco, Maine finirà addirittura per appellarsi alla fede cristiana nella figura del Messia per conferire un principio aprioristico di autorità alle sue conclusioni. Del resto, che sia in un dio o nella scienza come valore assoluto, la fede è mossa dagli stessi meccanismi psicologici. Tutte queste caratteristiche e limiti sono esemplari della fantascienza più legata agli stereotipi del genere, alle necessità di base della sua natura commerciale e alla difficoltà di superare il clima dei tempi. Oltre alle caratteristiche personali di tanti autori di fantascienza di genere, spesso legati a moduli conservativi di pensiero.

Con tutti i suoi difetti, per quanto sia grezza, sebbene appaia culturalmente limitata, questa novella è tuttavia un’opera potente sotto il profilo dell’ampiezza immaginativa. È in questo che risiede il suo autentico valore esemplare. È in opere come questa, altrimenti mediocri, che esplode quella capacità di avvincere e di affascinare di un genere che esige comunque da parte del lettore la capacità di osare con il pensiero. Di andare oltre l’evidente.

Oltre i propri intenti e gli intenti dell’autore, opere come Mondo di donne pongono domande al lettore e gli impongono di cercare risposte dentro di sé; gli impongono di riflettere e non accontentarsi dell’esistente o – peggio – di ciò che la vulgata comune accetta e propaganda. Il totalitario mondo femminile descritto da Maine e il suo incubo sociale rimandano a tutti i totalitarismi da incubo, e anche (forse soprattutto) alle nostre più morbide forme di controllo del consenso e delle opinioni. Ma anche mostra come al di sotto dell’incubo totalitario, servendosi di tale maschera repulsiva, Maine veicoli a sua volta uno spirito omofobo speculare alla società che stigmatizza.

I meccanismi paranoici del potere e degli individui coatti entro le strutture di tale potere che Maine descrive sono resi, questi sì, con accuratezza e con una precisione analitica che mostrano come l’autore potesse essere sciatto sotto il profilo letterario e ideologicamente reazionario, ma come fosse tutt’altro che uno sprovveduto. E avesse anche una notevole abilità nel costruire scenari vividi ed efficaci ben al di là delle sue doti artistiche.     

Un’ultima considerazione sul titolo. Al solito pedestre, nonostante l’apparente esattezza, la traduzione: Word without men diventa Mondo di donne, operando un sottile eppure radicale ribaltamento di senso, spostando il fulcro concettuale dell’opera dal rilevamento di un’assenza alla sottolineatura di una presenza, in tal modo rendendo molto meno neutra la già evidente lettura antifemminista del testo che diviene del tutto misogina.

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