lunedì 22 ottobre 2018

Roberto Bolaño - Lo Spirito della Fantascienza

Il primo approccio con Bolaño è spiazzante, ma non meno affascinante: la sua scrittura pare disperdersi in derive narrative ramificate, in ogni dove; pare smarrirsi in variegate suggestioni affabulatorie, nella ricerca di arabeschi stilistici e bizzarrie umane, letterarie e urbane; pare distrarsi nella costruzione di personaggi strani, improbabili, fuori o ai margini della società reale. Tuttavia non è così – non è completamente così: nel pieno di una lunga tirata tra il visionario e l’assurdo Bolaño può incuneare all'improvviso una raffica di considerazioni che fotografano con disillusa, feroce precisione il nostro mondo e l’umanità che lo popola: il surreale, l’improbabile, il visionario di Bolaño sono lo specchio, o ancora meglio la chiave interpretativa del reale. Un reale certo lontano dalla prosa realistica, dal quotidiano della cronaca: un reale che si sfalda di senso e di struttura, il reale di vite che si fanno narrazione e invenzione letteraria. Un reale dickiano: pur citato solo di sfuggita, Philip Dick aleggia sulle pagine del romanzo: un aleggiare nascosto, sotteso: un aleggiare di senso. Dick più dei molti altri grandi scrittori americani di fantascienza ai quali Bolaño si rivolge “direttamente” è modello di un comune sentire la realtà e la narrativa: oltre l’apparenza. 
Roberto Bolaño

L’alternarsi dei piani narrativi e delle sottotrame è inizialmente faticoso da seguire, per poi divenire parte del gioco e della sua bellezza: nel rincorrersi dei personaggi e delle storie, nell’irrompere di nuovi personaggi e nell’affievolirsi e perdersi di altri, Bolaño costruisce un labirinto dove il lettore si perde, si ritrova, si perde di nuovo e infine si ritrova ancora in un percorso di scoperta, crescita e iniziazione che segue, anticipa e suggella il medesimo percorso dei personaggi principali, Jan e Remo, entrambi probabili (uno sicuro) alter ego dell’autore, adolescenti cileni che vivono una vita orfana nella Città del Messico degli anni ’70 (e ’80). Una Città del Messico che ai nostri occhi si mostra paradossale, più fantastica di un futuro di Philip Dick, ma della quale, al di sotto della tramatura visionaria di cui la riveste Bolaño, si percepiscono nettamente il ribollire umano e culturale e le complesse stratificazioni sociali, le diversità molteplici trai suoi abitanti, il divenire in essere della sua anima urbana. In questo senso è esemplare il breve capitolo conclusivo del romanzo, Manifesto messicano, storia nella storia all’apparenza sospesa tra triviale quotidiano – anzi un quotidiano assai triviale - e fantasia erotica immaginaria nella quale si rinvengono i poli contrapposti del desiderio e della noia dello sperimentare, del vivere intensamente e del lasciarsi vivere trasportati dalla corrente; in ultima analisi le mille contraddizioni dell’adolescenza e di quella sua per molti lunghissima continuazione che è l’età adulta. 


Perché il titolo, dunque, che è il medesimo in originale, al di là delle lettere fittizie indirizzate ai vari Fritz Leiber, Robert Silverberg, Ursula Le Guin, Alice Sheldon e agli altri ai quali Bolaño si rivolge attraverso Jan (non a Dick, che doveva essere morto da poco quando Bolaño scrisse il grosso del romanzo)? Di certo non per un semplice omaggio agli autori inseriti nel tessuto del libro come una vera e propria cornice dei racconti, e a una letteratura evidentemente ben conosciuta e molto amata; e neppure perché il romanzo verta in qualche modo sulla letteratura di fantascienza o nel romanzo si compia un’analisi del genere e delle sue voci principali coeve. Al di là della “bellezza” in sé del titolo, della sua suggestività e delle suggestioni che esso suggerisce, dei rimandi interni che esso trova nelle pagine del libro, lo “spirito della fantascienza” è l’essenza stessa dell’opera, della sua struttura e della sua scrittura: da sempre sfuggente ed elusiva, la definizione di “fantascienza” emerge con nitidezza dall’osservazione del dipanarsi e continuo riavvolgersi dei percorsi narrativi del romanzo; dal denso nucleo del bildungsroman che si coagula dai mille rivoli che sfilacciano, riallacciano, costruiscono e infine costituiscono il racconto; dal continuo scambiarsi di ruolo tra immagine visionaria e fotografia del reale – che si tratti dell’animo umano, della fauna umana o del panorama urbano. La fantascienza è nelle sfaccettature di una realtà che si rivela prismatica, spesso ingannevole, quasi sempre criptata; mai monocromatica, sincera, nitida. All’apparenza: a occhi non allenati, occhi ciechi che si lascino travisare dall’irrilevante. Come illustra perfettamente il suo Spirito.

1 commento:

Muasie ha detto...

Bentornato! :-)