domenica 12 settembre 2010

Il Classico – Lettere d’amore (The love letter 1959) di Jack Finney (1911-1995)


Jack Finney è oggi ricordato (ammesso che lo sia) perché dal suo romanzo del 1955 The Body Snatchers fu tratto il noto film di Don Siegel L’Invasione degli Ultracorpi (1956) con relativi remake, sequel, annessi e connessi. Peccato. Il film è un caposaldo della cinematografia fantascientifica, ma la sua fama e immagine non solo schiacciano quelle di un romanzo interessante nonostante certe incoerenze di trama e inconsistenze narrative, ma soprattutto hanno praticamente ridotto Finney a questo solo romanzo. C’è invece altro, e di meglio.

Nato nel Wisconsin di Simak, educato nell’Illinois di Bradbury, al suo meglio Finney può ricordare l’intimo umanesimo dell’autore di City, ma è soprattutto accostabile negli intenti stilistici e in certo “impressionismo” a quello delle Cronache Marziane. Nell’introduzione alla sola pubblicazione italiana di questo racconto che mi risulti (Storie del tempo, Galassia n.207, 1975), i dioscuri Vittorio Curtoni&Gianni Montanari parlano per Finney di fantascienza crepuscolare. Crepuscolare senza dubbio, fantascienza lo direi con cautela. Del resto Finney, scrittore dal 1946, non fu mai un autore organico alla sf di genere pur avendone scritta sin dal 1951: per dire, questo racconto fu pubblicato in origine sul Saturday Evening Post, non su una delle riviste specializzate. Autore eclettico, egli fu uno dei tanti scrittori di talento che popolarono le riviste americane spaziando abilmente tra i generi e non, costruendo carriere su romanzi e racconti scritti con competenza, e dando l’occasionale zampata di alta classe. The love letter è senza dubbio una di queste zampate, un racconto breve di sottile intensità, capace di ingenerare commozione nel senso migliore del termine, e scritto con uno stile misurato e trattenuto, con finezza letteraria e attenzione al dettaglio di atmosfera e alla resa impressionistica della narrazione (dal racconto, scopro in rete, è stato tratto nel 1998 un film per la tv, che francamente a naso non sono impaziente di vedere). Vi ricorrono i temi privilegiati della narrativa di Finney, il tempo e la nostalgia, comuni alle sue opere migliori: gli altri racconti antologizzati nel volume (in originale la raccolta è intitolata, dal racconto eponimo, I love Galesburg in springtime – Galesburg è la città dove Finney crebbe) e il romanzo del 1970 Time and again, in italiano Indietro nel tempo. Senza dimenticare The Woodrow Wilson Dime del 1968, in italiano La monetina di Woodrow Wilson.

The love letter ha una trama di semplicità disarmante: un ragazzo ama una ragazza. Da un punto di vista strettamente narrativo, di ciò che avviene, non c’è altro. E tuttavia su un tema tanto minimo (e soprattutto frequentato…) Finney riesce a imbastire una storia in grado di colpire il lettore ed emozionarlo profondamente.

Jake Belknap è un giovane uomo, vive a New York nel 1959 nel quartiere di Brooklyn, la sua famiglia è lontana in Florida. Ha un lavoro dignitoso e vive la vita dello scapolo senza scapestrataggine particolare. Vagheggia l’amore; oserei dire coniugando alla giovanile capacità di sognare una punta di borghese assennatezza. Un bravo ragazzo, nel senso più buono del termine. Il giovane acquista da un antiquario una scrivania, ed esplorandone i cassetti scopre dei comparti segreti; nel primo di essi trova della vecchia carta da lettere in bianco, dell’inchiostro conservatosi attraverso i decenni e una vecchia penna. E una lettera. La lettera è firmata nel 1882 da Helen Elizabeth Worley, una ragazza vissuta a Brooklyn a pochi isolati alla casa di Jake. In ossequio al costume del tempo la giovane donna sta per sposare qualcuno scelto per lei e del quale non è innamorata. La lettera è indirizzata invece all’uomo che ama. Solo che quest’uomo non esiste, è il vagheggiamento di un uomo. Non che Helen sia pazza, la lettera non è in alcun modo un delirio: è un voto, un augurio, l’espressione di un desiderio che ella sa essere del tutto eventuale, quasi certamente destinato a restare tale. Anche in Helen si ravvisano giovanile ardore e borghese assennatezza congiunti in una ferrea unione. Non siamo però nella realtà e neppure in un racconto realistico, per cui qualcosa accadrà.

Spinto da un impulso ineffabile Jake decide di rispondere alla lettera. Detta così ovviamente suona come una sciocchezza da povero esaltato. Ma come spiega Jake stesso (o più correttamente come scrive Finney facendo arrampicare Jake sugli specchi ;-)) egli si è ritrovato a leggere la lettera di Helen a notte fonda, quando il silenzio e il buio esterno paiono mutare il tessuto stesso della realtà, confondono lo spirito e donano corpo a idee che altrimenti nessuno avrebbe. Nessuno compos sui.

Di qui in avanti si dispiega la sapienza descrittiva e narrativa di Finney; ammiriamo l’accuratezza pittorica e lo spessore psicologico con cui ricrea il vagabondare notturno di Jake fino al vecchio ufficio postale del quartiere, risalente ai tempi in cui Helen era nata e poi era stata bambina e infine giovinetta, dove imbuca con tutti i crismi la lettera che le ha indirizzato. E il vagabondare diurno in pellegrinaggio alla casa che la ragazza aveva abitato, e che ora è diroccata e in rovina, conservando tuttavia il potere evocativo della nostalgia della sua pura presenza fisica. Le ricerche documentali in biblioteca sulla New York di ottant’anni prima, su Brooklyn e le sue strade. Queste sfumature, talvolta nuances tenui e delicate sono il cuore del racconto e sono al cuore del racconto.

Anche se qualche curatore di fantascienza potrebbe pensare che si tratti di dettagli non strutturali. Ma tant’è.

Scrivevo più sopra che crepuscolare è un aggettivo quanto mai adatto a Finney (e a questa storia), ma di certo fantascienza va usato con maggior precauzione. Non che sia di qualche importanza, sia chiaro. E siamo comunque nel campo del fantastico (del fantastico puro, a mio parere); non stupirà quindi che Helen risponda alla lettera di Jake.

Come e perché ciò accade non è importante, e anzi il tentativo di Finney di dare una qualche spiegazione è la sola parte debole e del tutto farlocca del racconto. Fatto sta che attraverso i decenni che li separano e sempre li separeranno, Helen e Jake vivono o hanno vissuto una breve eppure durevole - e intensa - relazione emotiva. Un pugno di lettere, ma un ricordo che ciascuno serberà fino alla morte.  Un amore privatissimo, irreale e surreale, eppure profondo e consistente.

Finney mostra una mano controllatissima nella scrittura e nel maneggiare una materia tanto a rischio di sfuggire e trasformarsi in corrivo romanticismo a buon mercato. La dimensione fantastica lo aiuta senza dubbio a mantenere il racconto nei binari di uno struggimento venato di tanta malinconia e nostalgia da superare ogni rischio di svilimento, ma la sua prosa misurata è gran parte del risultato. Che poi un argomento come il viaggio nel tempo, per quanto qui il viaggio sia sui generis, venga risolto su una tonalità narrativa che è meglio rubricata sotto il fantastico puro, è un dettaglio irrilevante: questo lettore di fantascienza amerà The love letter per le emozioni che gli ha dato. :-)

Il racconto è leggibile in inglese a questo indirizzo:


I contemporanei – Prete, Fornaio, Bugiardo, Libertino, Maschera Rossa, Maschera Nera, Gentiluomo, Assassino (Sinner, Baker, Fabulist, Priest; Red Mask, Black Mask, Gentleman, Beast - 2009) di Eugie Foster (n.1971)

Il titolo non è dei più maneggevoli, per così dire. Aderisce però come un guanto alla storia e in certo modo spiazza in anticipo il lettore, che spiazzato sarà poi addentrandosi nel racconto e, quando riterrà di averne infine individuato le coordinate narrative, resterà probabilmente spiazzato anche dalla conclusione. Buona dunque la scelta di averne mantenuto il senso in sede di traduzione italiana, apparsa sul fascicolo numero 60 di Robot, ultimo pubblicato al momento in cui scrivo.

Edito in origine su Interzone di gennaio 2009, il racconto ha guadagnato con merito all’autrice il premio Nebula per la migliore novelletta del 2009.

Il tema delle maschere, dell’identità e del mascheramento e confusione dell’identità è ricorrente in fantascienza (e non solo): è senza dubbio un topos che tocca il vivo della nostra sensibilità, che ci costringe a porci domande a cui forse non vogliamo davvero rispondere, né tanto meno che lo faccia qualcun altro per noi. E’ anche argomento che si presta a perfezione per imbastire trame complesse, movimentate, rutilanti; per costruire Avventura con la maiuscola. Non è facile trovare ancora qualcosa da dire in materia, e soprattutto farlo divertendo e affascinando il lettore. E costringendolo a pensare.

Eugie Foster elabora una trama in realtà semplice ed essenziale, ma sfoggia abilità e padronanza del mestiere avvolgendo questo nucleo narrativo in una ragnatela di suggestioni, impressioni, stimoli, sottili suggerimenti psicologici che plasmano nella fantasia del lettore un’architettura complicata ben oltre l’asciuttezza del racconto. Suggestioni e stimoli che sono però tutt’altro che semplici coloriture per allungare o per stupire: rappresentano la materia prima del tono del racconto; ed è il tono a dettare il senso e modulare il ritmo della narrazione.

 La novelletta è ambientata in un futuro imprecisato che immaginiamo assai lontano, ma che potrebbe anche non essere il nostro futuro. I cittadini vivono giorno dopo giorno una vita sempre uguale e sempre diversa. Ogni dì, al mattino, a meno che non giungano ordini precisi da parte della Regina, la scelta della maschera da indossare per la giornata. E’ la sola scelta del cittadino, che in base a essa quel giorno sarà maschio o femmina, sarà un amante, un mercante, un contafrottole o una commessa. Insomma: Prete, Fornaio, Bugiardo, Libertino, Maschera Rossa, Maschera Nera, Gentiluomo, Assassino. La maschera una volta indossata fornisce un’anima e modella volontà e comportamenti. Quel giorno si morirà (e allora si “salta” il resto della giornata), si ucciderà, ci si annoierà o quant’altro. Sempre che, si diceva, attraverso i suoi gendarmi non ci siano disposizioni precise da parte della Regina. Magari una convocazione per servirla - e sì, principalmente il servizio da rendere è di natura sessuale (oppure lavoro coatto). L’incipit della novelletta racconta tutto questo con toni sospesi tra la fiaba orientale e la fantasy per adulti con ambizioni intellettuali, ma ancora una volta è principalmente una mascheratura. La società che esce dal breve schizzo tracciato ricorda con forza quelle degli insetti sociali, siano formiche e api o le più primitive termiti.  Il desiderio sessuale stesso è deterministicamente suscitato (o meglio guidato e incanalato) da una chimica sessuale a base feromonica. Neppure la conclusione della storia chiarirà se questa società è una remota evoluzione della nostra o se Foster ci ha narrato una allegoria da intendere senza tempo; ma non ha importanza: ciò che è davvero fondamentale è l’inquietante riverbero di questo racconto sulla nostra realtà presente, e in realtà su caratteristiche che appaiono immutabili nella storia dell’uomo. L’Inquietante è ciò che caratterizza la fantascienza più di ogni altra cosa. Più del sense of wonder stesso. Di primario rilievo, certo, ma esso è un tratto comune a tutta l’avventura esotica, il racconto di terre lontane e le gesta degli eroi più grandi della vita, seppure la sf ne fa un uso peculiare. La fantascienza per essere tale deve aggiungervi una dimensione destabilizzante, deve porci domande non rassicuranti. E fornire interpretazioni in linea.

Viene da chiedersi se siamo davvero irreggimentati come la società della Regina. Se ogni giorno indossiamo una maschera diversa (o magari sempre uguale) per nascondere la nostra identità, o ancor più per la paura di non averne una. O se invece la maschera che indossiamo non è che il riflesso pavloviano della nostra reazione a bisogni e motivazioni indottici dalla struttura economica della nostra società: l’imperio feromonico degli odori nella società descritta da Foster appare molto esplicito in questo senso. E da questa specifica angolazione il modello consumistico del nostro presente non è diverso dai modelli sociali ed economici del passato che imponevano necessità diverse ma non per questo meno spersonalizzanti e coattive.

Viene da chiedersi se le maschere che indossiamo non servano che a frenare pulsioni che altrimenti sarebbero incontrollabili; e a favore di chi o cosa vada questo raffrenamento.

 L’ignoto protagonista della novelletta verrà tratto fuori dalla routine da Pena, una donna che dopo averlo attentamente studiato lo attirerà in trappola, o più esattamente in una situazione che sembra preludere al classico sviluppo di tante storie basate sulla realtà di società profondamente distopiche e la lotta per rovesciarle. Ma appunto: sembra. Ancora una volta.

E’ il momento in cui il lettore riceverà (poche) risposte in merito alla storia della società descritta e come essa sia sorta.

Pena fa parte con ogni evidenza di un’organizzazione, rigidamente strutturata in cellule tra loro non comunicanti, che punta a restituire ai cittadini la libertà di scegliere la propria identità e in ultima analisi di conoscere sé stessi: i cittadini non hanno nome, perché “E se scopro che il mio dottore e il mio assassino sono la stessa persona?”. Indubbiamente è qualcosa più che increscioso formulare il pensiero che il simpatico medico che cura i nostri figli possa insidiarli. E’ profondamente destabilizzante. Siamo molto fortunati che i nostri nomi non designino altro che un dato anagrafico, se dovessero rivelare la nostra vera identità la nostra società cadrebbe a pezzi. Intendiamoci, non è detto che sarebbe un fatto negativo.  Da qui in avanti la conclusione apparirebbe scontata, soprattutto dopo che Pena cade vittima dei gendarmi della Regina (che in questo caso ammazzano sul serio, non è la “morte” in maschera che i cittadini provano spesso) e nel morire passa la fiaccola della libertà all’ignoto protagonista. Ma cosa si deve intendere per libertà? Cos’è la libertà.

I cuori timidi non vadano oltre, perché da qui in poi scriverò di come si conclude la novelletta.

Rendere a qualcuno la libertà significa rimettersi a lui. Significa lasciare che emerga una personalità repressa. La maschera che noi indossiamo, così come le maschere indossate dai servi della Regina, hanno la funzione di impedire questa manifestazione incondizionata. Gli effetti della libertà sono imprevedibili. Soprattutto senza educazione alla responsabilità (okay, la responsabilità è OVVIAMENTE un’altra maschera). Fatto sta che l’ignoto protagonista torna dalla sua amante (da chi, cioè, prima che Pena lo attirasse in trappola era la sua amante nella finzione di quel giorno) e l’ammazza senza fare troppi complimenti. Forse era lecito attendersi nobili battaglie per restituire la libertà al popolo oppresso, ma temo che sia nel diritto dell’ignoto protagonista affermare che: “Pena mi ha insegnato anche a capire chi sono. Io sono il caos in questa società ordinata, la falla in un piano accuratamente elaborato. Sono la tempesta nel fiume eterno della regina.”. Esteticamente è una conclusione brutale e beffarda, probabilmente fin troppo sincera; ma ci sta tutta. Dietro la maschera c’è l’istinto, la “legge” naturale.

Poi decida ciascuno se si tratta di una conclusione progressista, reazionaria, anticonformista o altro. Entro certi limiti non mi pare una questione fondamentale. Fondamentali mi sembrano gli interrogativi che la storia ci pone.

La novelletta è disponibile in versione podcast (in inglese) a questo indirizzo:


sabato 11 settembre 2010

Il ghetto dentro la testa


Quando venne la libertà il Vecchio Padrone ci mandò a chiamare e disse: “Siete liberi, noi non abbiamo più nulla a che fare con voi. Andatevene via!”. Noi guardammo lui e la Vecchia Signora senza parlare. “Andatevene via – ripeterono – non ci appartenete più, siete liberi”. Noi ce ne andammo, ma non avevamo un posto dove andare, e niente da mangiare. Furono anni terribili. Molti di noi morirono. Ogni volta che tornavamo dal Vecchio Padrone, egli ci diceva: “Andatevene via. Siete liberi. Dovete badare a voi stessi, ora. Siete liberi”.

Purtroppo non trovo la fonte di questo apologo, attribuito a un ex schiavo liberato per effetto del Tredicesimo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti; non saprei neppure dire se non sia del tutto apocrifo. La questione è comunque di scarso rilievo; ciò che è più interessante è come l’apologo descriva alla perfezione i devastanti effetti psicologici della schiavitù. Cosa c’entra tutto questo con la fantascienza? Ecco, diciamo che la triste faccenda dei tagli ai romanzi pubblicati in Urania di cui scrivevo nel post precedente ha messo in luce qualcosa di molto simile tra i lettori di fantascienza. Non tutti, per carità (e per fortuna), ma pur sempre troppi: cioè almeno uno più di nessuno.

Lettori che non appaiono particolarmente scontenti della “simpatica” politica uraniana praticata alla chetichella. Se fossimo nel film di Frank Darabont Le ali della libertà (The Shawshank redempion, 1994) Red, interpretato da Morgan Freeman (nomen omen) potrebbe dirci che questi lettori sono ormai “istituzionalizzati” – sono cioè stati psicologicamente plasmati dalla situazione che hanno vissuto (nel nostro caso l’imprinting uraniano fortissimo di tanti lettori). Che è poi esattamente la situazione psicologica che ebbero ad affrontare gli schiavi dell’apologo, che si ritrovarono improvvisamente emancipati, scoprendo che erano sì liberi, ma che proprio per questo non c’era più qualcuno che gli passasse un pasto (magari anche magro, magari anche schifoso) e un tetto (magari anche cadente). Qualcuno che pensava e si preoccupava al loro posto. Magari li bastonava, è ovvio, però intanto… però intanto li sollevava dalla responsabilità. Quegli schiavi scoprirono che la libertà ha un prezzo. Che la libertà comporta responsabilità; la necessità di pensare a sé stessi, a come procurarsi il cibo e il luogo ove poter vivere. Forse furono in molti, soprattutto i primi tempi, a pensare che in fondo il prezzo della propria dignità e libertà non fosse troppo iniquo in cambio di un pasto sicuro (ancorché magro e schifoso) e di un tetto certo (ancorché pericolante e un po’ insalubre). Quegli schiavi dovettero ricostruire la propria anima, la propria personalità. Dovettero estirpare la schiavitù che era dentro la loro testa.

Ma non vorrei tirarla troppo in lungo con le metafore o farla più grande di quel che è e merita. Fatto sta, comunque, che da parte di più di un commentatore si sono lette cose francamente sconfortanti per adesione psicologica alla sudditanza e all’accettazione passiva di qualunque pratica offensiva nei confronti dei lettori (che poi sarebbero anche i tizi che li pagano i volumi di Urania, eh). Cose anche fantasiose. Cioè per aderire alla pratica dei tagli si dà fondo alle proprie risorse intellettuali.

Intanto, pare, dato che Urania costa poco allora è comprensibile che si taglino i romanzi: se ti fanno pagare poco in fondo non puoi pretendere anche che quei libri siano dignitosi (ricordate? un pasto, magari anche schifoso… un tetto, magari anche cadente). Poi, dato che i tagli non sono “strutturali” (alla faccia, ogni cento pagine se ne fanno fuori quindici, più di una ogni sette!) quasi quasi bisognerebbe ringraziare la redazione perché non ci fa leggere le lungaggini di tanti scrittori incapaci di scrivere. Che magari sono davvero incapaci di scrivere, ma vorrei essere io a giudicare le cose senza che ci pensi qualcun altro al posto mio. E invece è tanto bello che ci pensi mamma Urania (ricordate? assumersi le proprie responsabilità è dura, il padrone ti frusterà anche, però pensa al posto tuo: ti veste, ti sfama, la tua vera paura è che si incazzi perché gli rompi i coglioni). E infine, meglio stare zitti e potere comunque avere – tagliati – certi romanzi, perché almeno Urania li porta in Italia. Farsi sfiorare dall’idea di esigere di essere trattati da lettori – e clienti – consapevoli, non è proprio cosa invece. Ancora una volta è la psicologia servile a imporsi: il servo – il servo nella testa - si contenta di quello che il padrone gli passa. Con un’altra metafora, potremmo dire che in tal modo si applica alla sf la Legge di Gresham: La moneta cattiva scaccia la moneta buona. In questo modo, l’offerta di Urania non migliorerà MAI.

Ci manca solo di sottoscrivere l’affermazione del curatore secondo la quale segnalare quelle traduzioni che non fossero integrali si qualificherebbe come un velleitario, anti-professionale e, in ultima analisi, menzognero bollino di anti-qualità che solo la mente di un fanatico poteva concepire. Sia chiaro che Urania è nel pieno diritto di pubblicare romanzi anche tagliandone la metà, ma l’integrità degli stessi è un criterio fondamentale per deciderne l’acquisto o meno. Tipo: un romanzo decurtato del 15% del suo contenuto a me non pare che valga l’acquisto in ragione del fatto che costi poco, visto che non si tratta dell’opera pubblicata in origine per quel che mi riguarda il suo valore è zero. Valutazione mia, sia chiaro, ma è mio diritto poterla fare sulla base delle informazioni che l’editore dà di quanto offre in vendita. Che l’editore deve darmi. Segnalare quando l’opera messa in vendita non è integrale è il minimo della professionalità che ci si debba aspettare da (e si debba chiedere a) un editore. Il minimo, non il massimo.

Insomma, siete davvero contenti di essere schiavi? Non crediate che la “comoda” schiavitù non abbia un prezzo, però.

Riguardatevi il prezzo che esige Vaal in un memorabile episodio di Star Trek (il primo ST, quello con Spock e Jim Kirk): The Apple.





martedì 24 agosto 2010

GHETTO!

http://blog.librimondadori.it/blogs/urania/2010/07/26/urania-1561-alla-fine-dellarcobaleno/#comments


Il tempo pare dunque passato invano. Ah, certo, dalla pubblicazione con ampi tagli del grande romanzo di Sheckley si è passati ai tagli "non strutturali" di oggi. Fino al 15%, mica di più, e cioè soltanto più di una pagina su sette.

Ma francamente ciò che sconforta di più è la difesa corporativa, risentita e incattivita del curatore. Quel dolersi di lettori-catoni che si incacchiano per il trattamento riservato loro e al romanzo è un chiaro, inequivocabile, orgoglioso sdoganamento a posteriori della pratica dei tagli, delle traduzioni condensate. Addirittura segnalare che la traduzione non era integrale (cioè segnalare un dato di fatto) si qualificherebbe quale un velleitario, anti-professionale e, in ultima analisi, menzognero bollino di anti-qualità che solo la mente di un fanatico poteva concepire.

Ed è, questa sì, la condanna al ghetto. Difficile immaginare che il trattamento verrebbe inflitto a romanzi che non si ritengano dei puri sottoprodotti letterari. La giustificazione che la collana non consentirebbe altrimenti di pubblicare certe opere è del tutto risibile: è assai preferibile un'onesta presa d'atto - e onesta comunicazione al pubblico - che il mercato non consente in Italia la pubblicazione in edicola di romanzi oltre una certa mole, e che PERTANTO certe opere non vengono pubblicate, perché farlo tagliandone fino a oltre una pagina su sette è oggi pratica del tutto fuori discussione.

martedì 13 luglio 2010

I contemporanei – Uno Zero (0 One 2003) di Chris Roberson (n.1970)


I racconti di storia alternativa hanno un fascino tanto sottile quanto intenso. Forse è dovuto alla loro natura intermedia, spuria. Fiabe, in certo qual modo: su mondi che non sono, ma potrebbero essere. Che il caso avrebbe potuto rendere concreti e invece sono (rimasti) pura creazione della fantasia. Ma anche, nelle mani dello scrittore abile, fiabe che innescano la riflessione sulla nostra storia e il nostro presente. Sui meccanismi sociali, psicologici e intellettuali lungo i binari dei quali la nostra storia si sviluppa, o non si sviluppa. O si sarebbe sviluppata se fosse accaduto qualcosa. A volte quei mondi assumono i contorni dell’incubo, e particolarmente fertile in questo senso è il filone di storie che parte dall’ipotesi della vittoria dell’Asse nella II Guerra Mondiale, o comunque manipola il destino dei protagonisti di quel periodo. Rare altre volte, il percorso alternativo della storia appare un’utopia realizzata – sempre che la fregatura non attenda in agguato dietro l’angolo. Ma più spesso la realtà altra non è migliore né peggiore: solo diversa – e in quanto tale bizzarra. Un motivo ulteriore del fascino di queste storie deve risiedere nell’esotismo delle loro ambientazioni – tanto più esotico per certi versi quanto più sentiamo che esse sono vicinissime alla nostra realtà e irrimediabilmente altre. Non c’è dubbio infine che le storie di questo tipo siano legate intimamente alla natura più autentica della fantascienza, quel nucleo speculativo che è il what if, una struttura così semplice e così in grado di ramificarsi. Cosa accadrebbe se: è la domanda cardine della letteratura fantascientifica (è in effetti la fantascienza stessa), la quale rappresenta il tentativo di rispondere a essa e alla doppia esigenza umana di conoscere e di costruire la propria conoscenza. Sono insomma seducenti e complessi giochi intellettuali, talvolta irresistibili.

Il racconto di Roberson non appartiene agli incubi, e ha davvero un sentore di fiaba. E’ un racconto pacato, riflessivo, all’apparenza perfino idilliaco. I gesti e i tempi della Città Proibita e della corte imperiale cinese dove egli ambienta la storia li possiamo immaginare solo lenti, ritualizzati. La scena che apre il racconto ci trasmette alla perfezione questa sensazione di calma e di pace. Un uomo è immerso nella quiete di un giardino, in contemplazione della vasca dove nuotano dei pesci: è il Capo Calcolatore di Corte Tsui, ai suoi ordini c’è un esercito di uomini chini sui propri abachi e impegnati calcolo su calcolo per la maggior gloria dell’Impero. Tsui non è un mero capo contabile, a lui e al suo ufficio sono demandati anche i calcoli matematici che dovranno realizzare il sogno imperiale di conquistare lo spazio. Un sogno commisurato a chi siede sul Trono del Drago intuitivamente intorno al primo quarto di quello che nella nostra linea temporale sarebbe il XX secolo e che domina sull’intero pianeta, eredità delle guerre dei suoi antenati vittoriosi da un capo all’altro della Terra. Non è detto dove la linea temporale abbia iniziato a divergere dalla nostra: il racconto a quanto si appura in rete fa parte di una serie di storie, il ciclo del Celestial Empire, ma ignoro se altrove Roberson affronti l’argomento. Sulla base unica di Uno Zero si potrebbe ipotizzare che alla metà del XIII secolo il Gran Khan dei Mongoli Ogodei sia sopravvissuto qualche anno in più permettendo in tal modo che l’esercito condotto dal generale Subotai e da Batu Khan completasse la conquista mongola dell’Europa; o più probabilmente che nel primo terzo del XV secolo, all’inizio dell’età Ming, gli imperatori non avessero posto bruscamente termine alle azioni commerciali, esplorative, diplomatiche e militari della grande flotta dell’ammiraglio Zheng He, dilapidando in breve tempo i notevoli risultati strategici e i vantaggi geopolitici conseguiti dal brillante eunuco: quella Cina, se avesse puntato sull’espansionismo commerciale e militare, avrebbe probabilmente avuto ragione delle potenze europee che cominciarono di lì a poco a creare i loro imperi commerciali e coloniali. Quale che sia il punto di distacco con la nostra linea temporale, Tsui vive nel cuore del potere planetario.
L'Ammiraglio Zheng He: che abbia avuto mano libera?

Il Capo Calcolatore è immerso nelle sue sognanti riflessioni (si potrebbero anche definire delirii matematici: un numero infinito di operatori all’abaco che in un tempo istantaneo compiano le infinite operazioni necessarie a calcolare ogni cosa) quando è raggiunto, ai bordi del laghetto dei pesci, dal Regio Ispettore Bai. Il dialogo di due navigati cortigiani ha qualcosa del minuetto, della danza rituale. Ma sotto la pacatezza degli uomini e la placidità della natura si avverte il pericolo. Così, il Regio Ispettore sbocconcella un panino ripieno di carne di maiale - un’abitudine importata da una delle province più periferiche dell’Impero, l’Inghilterra - dividendolo equamente: il pane ai lenti pesci-abaco, frutto di un bizzarro esperimento per selezionare una specie di pesci che assumendo certe configurazioni nel nuoto aiutassero nelle operazioni di calcolo (siamo in Cina, dopo tutto); la carne a dei pesci innominati, ma che sono con ogni evidenza dei piranha.

La scena e l’insistenza di Roberson non sono gratuite: creano una forte immagine delle psicologie coinvolte e delle dinamiche che esse innescano, oltre a una chiara percezione delle tensioni che nascono in un ambiente siffatto. Altri dettagli similari innervano tutta la trama del racconto. Così Tsui è fatto chiamare dal Ciambellano alla presenza dell’Imperatore facendo in modo che egli giunga in ritardo e, prevedibilmente, ciò irriti costui e metta sotto grande pressione il Capo Calcolatore. Può apparire una sottolineatura ridondante che l’Imperatore esprima la propria irritazione, ma ancora una volta non è (o non lo è in modo decisivo) nei dettagli delle schermaglie verbali che Roberson elabora la trama né evidenzia i sottintesi ad uso del lettore distratto: sono le personalità, le psicologie dei personaggi ad emergere dalle parole dette. E quelle non dette, paradossalmente, pesano di meno: perché sono ovvie. E dei personaggi emergono le paure e le debolezze, che restano allo scoperto proprio quando essi vorrebbero nasconderle.

Al cospetto del monarca si svolgerà uno psicodramma umano e culturale. Da quella stessa lontana provincia inglese del panino dell’Ispettore Bai è giunto un inventore, tale Napier, in cerca di finanziamenti da parte del trono mondiale per le sue ricerche. Napier ha inventato un prototipo di computer (il titolo del racconto si basa infatti sul sistema numerico binario), ed è venuto a proporre la sua macchina, ovviamente da sviluppare e migliorare, quale elemento risolutivo per le ambizioni spaziali del sire planetario. L’ingenuo e incolpevole Napier sta portando un attacco mortale al cuore del potere e della posizione (ereditaria) di Tsui, e di tutta la struttura burocratica della corte. 
 La copertina di Live without a net, l'antologia dove il racconto di Roberson è apparso in origine nel 2003

Roberson risolve il confronto tra Napier e Tsui allestendo una ironica “cineseria”, sfoggiando nel mattatore della scena, il Lord Ciambellano, la perfidia e la sottigliezza che ci si aspettano dal potere e dall’intelligenza dietro un trono globale. Al di là della godibilità del gioco manipolatorio dell’alto dignitario e dei dialoghi misurati e insinuanti, il vero cuore della vicenda è nello spettacolo dell’impasse culturale che l’autore mostra al lettore. In sé il fatto è banalissimo, come si può osservare leggendo il racconto: l’impossibilità (o l’estrema difficoltà) di sviluppare una mentalità e una cultura aperte all’innovazione da parte di una società totalitaria, o comunque verticistica e dirigista, basata sullo strapotere di una organizzazione burocratica centralizzata con tutti i suoi intrighi, i veti incrociati, le rendite di posizione. L’onnipotente impero mondiale sembra giunto sulla soglia della replicazione di quella chiusura al mondo che il più piccolo impero dei Ming intraprese tra XV e XVI secolo e condusse alla marginalizzazione della Cina per i successivi quattro secoli e passa. Certo, assodato che lui è il solo ad avere le competenze per costruire l’infernale macchina calcolatrice, Napier finirà, molto elegantemente e di nascosto, ai piranha; non è però difficile immaginare che nella lontana provincia britannica o in qualche posto simile, prima o poi, qualcun altro riscoprirà l’informatica, e, sempre prima o poi, qualcuno manderà a gambe all’aria l’onnipotente imperatore.    

Americano del Texas, Chris Roberson ha esordito professionalmente proprio con questo racconto (disponibile online sul suo sito all’indirizzo: http://www.chrisroberson.net/O_One.html), vincendo nel 2004 il Sidewise Award, il premio dedicato a romanzi e racconti ucronici e di storia alternativa, che ha poi bissato sulla lunghezza del romanzo con un’altra storia del ciclo. Già da anni, tuttavia, andava pubblicando racconti e romanzi, tra l’altro con la formula del print on demand. Di suo in Italia si è visto un solo altro racconto oltre a Uno Zero che è stato pubblicato nel fascicolo n.47 della rivista Robot.

domenica 11 luglio 2010

Il Classico – De Profundis (id.1953 – noto anche come The Visitors) di Henry Kuttner (1914-1958) e C. L. Moore (1911-1987)


Dalle profondità: dello spazio e del tempo. Ma anche nelle profondità: della psiche. O forse è vero il contrario. Trattandosi di un racconto di fantascienza, per De Profundis si dovrebbe probabilmente preferire un’interpretazione più letterale; ma è pur vero che proprio in quegli anni i suoi autori andavano intraprendendo la loro formazione accademica nel campo degli studi psicologici e stavano diradando molto, fino praticamente a tralasciarla, la loro produzione fantascientifica, dedicandosi in prevalenza ai mystery novels, (dopo la morte del marito, Catherine Lucille Moore avrebbe scritto per qualche anno ancora sceneggiature per le principali serie televisive dell’epoca, abbandonando poi del tutto la scrittura dopo il suo secondo matrimonio nel 1963).

Nel corso della storia umana coloro che sentono le Voci hanno avuto diversi destini. Anche in funzione a chi appartenessero tali Voci: Dio o un qualche dio; il Diavolo o un qualche diavolo; gli alieni; i morti. Chi sente Dio (o un dio) può avere fortuna e accreditarsi come profeta o grande sciamano, come mistico visionario. O magari può fondare una religione in proprio. Se invece non ha fortuna lo fanno fuori o lo ficcano in manicomio e buttano via la chiave. La diversità di sorte può dipendere meramente dal caso, o magari dalla furbizia dell’individuo. A volte nell’arco della vita capitano entrambe le soluzioni. Alcuni di coloro che sentono le Voci obbediscono loro e uccidono, e per questo vengono riconosciuti come assassini e rinchiusi in galera o giustiziati; altri invece obbediscono loro e uccidono, e per questo vengono riconosciuti come santi ed elevati agli altari. Anche qui la diversità di sorte può dipendere dal caso o magari dalla maggiore o minore oculatezza nella scelta dell’identità da attribuire alle voci. Anche qui può capitare di essere prima visti in un modo e poi nell’altro: l’umanità è bella perché è varia. Tuttavia, se le Voci che un individuo sente sono confuse, indeterminate, o sono quelle degli alieni, la sua massima fortuna sarà di essere riguardato come un pazzoide innocuo, tollerato perché giudicato quale sociopatico non pericoloso. William Rogers, il protagonista e io narrante del racconto, non ha questa fortuna.  


William è un matto certificato, un uomo ancora giovane che sin dalla più giovane età entra ed esce dagli istituti di cosiddetta igiene mentale. William si professa cosciente del fatto che da sempre c’è qualcosa di storto nella sua testa: allucinazioni, illusioni, forme strane, diavoli, voci. E la Nube: una forma indistinta, discreta e non troppo invadente, una presenza, a volte sfuggente, in un cantuccio mentale. William afferma di sapere che nulla di tutto questo è reale. Reali invece, giura William, sono i Visitatori (The Visitors era il titolo del racconto prima che Kuttner e Moore ne licenziassero una versione leggermente revisionata), che solo da poco si sono aggiunti alla compagnia. Alieni, probabilmente, o forse provenienti da un altro tempo e un altro spazio, i Visitatori studiano l’umanità e la Terra, servendosi di personalità particolarmente sensibili, come William, per potersi incuneare nella realtà spazio-temporale terrestre. Come i Visitatori gli hanno detto, solo William può vederli. Logico che i medici curanti di William tendano a non credergli granché quando racconta loro dei Visitatori. La cui visione e le cui azioni sono per William fonte di enormi dolori, non solo spirituali, nella completa indifferenza dei suoi aguzzini venuti da chissà dove. Prima che William giunga alla fine per consunzione, però, la Nube – quell’innocua Nube che con l’avvento dei Visitatori era divenuta per l’uomo come la presenza rassicurante di un vecchio amico – si appaleserà quale entità di ben maggiore potenza dei tormentatori di William, e scaccerà e distruggerà quei rozzi sfruttatori della sua privilegiata postazione di osservazione dell’umanità. Nel finale gli autori non sciolgono davvero la vicenda, al lettore resta un margine di ambiguità aperto alla sua interpretazione. La Nube è effettivamente, anch’essa, un’entità aliena o comunque reale; o tutta la vicenda non è altro che l’aggravarsi delle condizioni mentali di William Rogers? De Profundis è un racconto di sf, e come dicevo una lettura letterale appare in tal senso da privilegiare. E tuttavia gli spazi della nostra mente (e tanto più quasi sessant’anni fa) non sono ancora più incogniti e gravidi di sorprese di quelli fisici del nostro sistema solare e oltre? La nostra mente, sotto certi aspetti, è ancora l’oggetto più alieno che (non) conosciamo. La doppia lettura possibile non depotenzia il racconto come prodotto genuino di fantascienza, né lo limita nei confini di genere in quanto ritratto di una mente disturbata. Ne esalta anzi entrambe le dimensioni, fornendo al racconto di fantascienza una profondità e uno spessore tridimensionali; e al racconto mainstream una venatura enigmatica che ne aumenta la carica ansiogena. Un’eco lontana della fattiva influenza esercitata da Lovecraft su entrambi gli autori si avverte.

Quando scrivono questo racconto, Henry Kuttner e C. L. Moore sono scrittori ormai maturi e pienamente consapevoli dei propri mezzi espressivi. Attivi sin dagli anni ’30 (Catherine esordisce nel 1933, Henry nel 1936, entrambi con due racconti memorabili), sono stati tra gli assoluti dominatori della scena delle riviste americane di fantascienza negli anni ’40, sia per la quantità che per la qualità dei lavori pubblicati. Se oggi il loro nome è meno noto di quelli di Asimov, Heinlein, Leiber, Sturgeon (e anche Simak e van Vogt, pur più negletti) è perché come ricordavo prima alla fine del decennio la loro attività nel campo rallentò grandemente, per poi terminare del tutto con la morte precoce di Kuttner. Molte delle loro opere appaiono però valide ancora oggi, e andrebbero rilette e riportate all’attenzione dei lettori.  

La copertina della prima edizione hard cover dell'antologia Ahead of time dove venne pubblicato il racconto.

De Profundis è un esempio brillante sia della grande inventiva che li caratterizzò che della loro scrittura vigorosa ed emozionalmente colorita. William è una figura che colpisce l’immaginazione del lettore e si scolpisce nella sua memoria. Che sia pazzo o veramente visitato da qualcuno non ha importanza: non siamo in grado di arrivare davvero a comprenderlo dall’interno della sua mente, figuriamoci quindi se potremmo esserlo dall’esterno, dove ad esempio sono i suoi medici. Ma al di là di questo nodo irrisolto (e irresolubile), ciò che davvero risalta e rende preziosa la lettura è il rilievo realistico che comunque assume questo viaggio nelle profondità della psiche di William. Kuttner e Moore non affondano magari del tutto, e  in qualche modo il loro sguardo non si spinge davvero fino in fondo alla mente di William - si tratta pur sempre di un breve racconto, e privilegiare un certo effetto rispetto a una maggiore sostanza ha un suo perché. Tuttavia il vigore della descrizione compensa questa carenza relativa con la violenza con la quale fa emergere la disperazione e l’angoscia di William, ritratte con partecipazione e incisività. Per quanto in grado di essere flamboyante ed emotiva, infatti, la scrittura dei due autori si mantiene lucida e analitica per tutto il racconto. La sconsolata afflizione spirituale di William si trasmette al lettore con forte impatto sui suoi sensi, ma viene anche accuratamente sviscerata nella pur ristretta brevità del racconto. E in ogni caso la lettura puramente fantascientifica resta pienamente legittima, e la storia di questa povera mente umana campo di battaglia per possenti entità aliene è per sé già ricca di sottintesi (è il 1953, non dimentichiamo, e per dire Joe McCarthy è vivo e lotta con Loro…).


Su Henry e Catherine le leggende fiorirono: era più bravo lui – no, era più brava lei; quel racconto l’ha scritto lui (o prevalentemente lui) – no, l’ha scritto lei (o prevalentemente lei). Il fatto che dopo il loro matrimonio nel 1940, per pubblicare abbiano fatto uso di innumerevoli pseudonimi – almeno una quindicina - oltre che dei loro nomi, non aiuta certo a districare i vari nodi. Lewis Padgett fu quello che usarono di più; Lawrence O’Donnell era forse usato per racconti (molti meno di quelli di Padgett, ma quasi tutti memorabili) scritti dalla sola Catherine o in prevalenza da lei. Rintracciare una regola è però quasi impossibile: per dire, la novella del 1943 Clash by night fu pubblicata da Lawrence O’Donnell e molto probabilmente è stata scritta dalla sola Catherine; il romanzo Fury del 1947, rielaborazione ed espansione della novella è una collaborazione tra i coniugi, e fu ugualmente pubblicato su rivista sotto lo pseudonimo di O’Donnell… tuttavia l’edizione in volume di qualche tempo dopo uscì sotto il solo nome di Henry Kuttner. Il fatto che ai loro tempi il lavoro di una scrittrice fosse generalmente sottovalutato (e pagato peggio…), ha probabilmente portato allora a sottovalutare l’apporto di Catherine; e il revisionismo degli ultimi decenni ha probabilmente portato a sottovalutare nei tempi più recenti quello di Henry. La vulgata vuole che Kuttner fosse uno scrittore dall’inventiva più fertile e dalla maggior facilità e rapidità di scrittura, abile nell’intreccio e nel creare psicologie credibili e approfondite, ma debole nello sviluppo consequenziale delle trame; mentre Moore fosse autrice stilisticamente più raffinata e dall’immaginazione meno ampia ma dalle coloriture più fantasiose, e molto più rigorosa nel condurre in porto le proprie trame. Quel che i loro lavori precedenti il matrimonio ci dicono è che Henry Kuttner e C. L. Moore erano già due eccellenti scrittori popolari (Henry pubblicava di più; e Catherine aveva senza dubbio una scrittura evocativa, romantica ed emotivamente esuberante in grado di scatenare il sense of wonder), che negli anni successivi seppero crescere ulteriormente e integrarsi alla perfezione in uno scrittore più completo della somma delle loro parti: il racconto qui in questione mostra, fusi armonicamente, i pregi di entrambi che la vulgata accredita. L. Sprague de Camp aggiunge alla loro leggenda che con il tempo fossero diventati a tal punto coordinati che l’uno o l’altra poteva interrompere il lavoro nel mezzo di una frase e l’altra o l’uno riprendere immediatamente senza che vi fossero interruzioni e si notassero differenze. E’ probabilmente un’esagerazione, ma rende bene l’idea di quella che dovette essere una collaborazione davvero profonda, a estensione e integrazione di un rapporto di vita.

De Profundis fu pubblicato, a quanto mi riesce di appurare, sotto il solo nome di Henry, ma è una collaborazione acclarata tra i coniugi. In Italia è stato pubblicato tre volte, nessuna delle quali recente. Le ultime due nell’antologia Il Twonky, il tempo e la follia (in origine Ahead of time), per lo SFBC nel 1971, e in seguito nel volume dei Massimi della Fantascienza dedicato a Kuttner, che contiene parecchi altri notevoli racconti, tra i quali spiccano la novella Vintage season, quasi sicuramente opera della sola Catherine, e The Twonky, probabilmente del solo Henry. 

Segnalo qui di seguito i link ai loro racconti di esordio. Shambleau, apparso su Weird Tales nel 1933 è la novella iniziale del ciclo di science-fantasy dedicato all’avventuriero spaziale Northwest Smith. Oggi appare datato per molti versi, tuttavia il trionfo di fantasia, orrore e pura immaginazione rappresentato dalle sue pagine, così come la brillante ricchezza barocca della scrittura, ne fanno ancora una lettura da godere. The graveyard rats, ugualmente pubblicato su Weird Tales, nel 1936, è un racconto horror di rara quanto semplice efficacia (Lovecraft, con ogni probabilità, operò un’approfondita revisione del testo dell’esordiente discepolo Kuttner).

Shambleau:

The graveyard rats:
 

venerdì 9 luglio 2010

NO BAVAGLIO! - No al DDL sulle intercettazioni


Pellizza da Volpedo - Il Quarto Stato