martedì 3 febbraio 2009

[fantascienza] Il classico: L'esperimento di Daniel Kesserich (The Dealings of Daniel Kesserich - 1936/1997) - di Fritz Leiber (1910-1992)

E’ più o meno il 1936, Fritz Leiber è ancora alla ricerca della sua strada nella vita, fa varii mestieri e solo tre anni più tardi inizierà a pubblicare. Però scrive. Questa lunga novella resterà tuttavia inedita, per una serie di vicissitudini ben raccontate nel volume (pubblicato in Italia nel 1998 dalla Nord), e sarà pubblicata solo postuma. Uno stile ancora acerbo si nota, è innegabile, ma è da tener presente che un Leiber ancora non del tutto padrone delle proprie risorse stilistiche resta uno scrittore migliore della larga maggioranza degli altri nel pieno della loro maturità espressiva. L’esperimento di Daniel Kesserich presenta qualche ingenuità, ma è un’opera con una trama solida e ben sviluppata. La brillantezza e l'arguzia abituali nei dialoghi e nelle descrizioni di Leiber mostrano ben poche incertezze.

Netta e nettamente percepibile è l’influenza di Lovecraft, “padre” naturale della gran parte degli autori del fantastico della generazione di Leiber, e con il quale del resto Leiber era in contatto in quegli anni. Ma al di sotto di questa forte traccia, quasi un imprinting, la personalità di Leiber, narrativa e stilistica, emerge in modo altrettanto chiaro, e con il procedere della storia in modo più deciso, fino a ricondurre Lovecraft nell’ambito dell’influenza perfettamente metabolizzata ed elaborata.

Fritz Leiber è stato uno degli scrittori più eclettici del fantastico americano, il solo a superare in versatilità ed eguagliare nei risultati narrativi Richard Matheson. Questa novella giovanile lo mostra già nel pieno di questa sua capacità di spaziare tra i generi con facilità perfino irrisoria, anche nell’ambito di una stessa opera. E ne mette in evidenza la maestria con la quale costruisce i personaggi, rendendoli perfettamente funzionali alla storia e allo stesso tempo facendone delle persone autentiche. Così, sia il meccanismo relazionale del gruppetto di amici che fa perno su Daniel Kesserich, sia l’interagire del protagonista George Kramer con gli abitanti di Smithville assumono un sapore di credibilità all’interno di un meccanismo narrativo ben oliato.

Leiber costruisce un’atmosfera inquietante, pone il set dell’azione in una piccola cittadina inventata, uno dei luoghi più caratteristici dell’horror, e la popola di uomini e donne in preda all’inquietudine, all’incertezza e alla paura; l’oppressione psicologica in tal modo descritta si comunica al lettore con naturalezza. E’ su questa atmosfera malsana, di ansia psicologica e incertezza al cospetto dell’apparente sfaldarsi delle leggi fisiche, e dello sfaldarsi dei processi mentali e del pensiero, che Leiber innesta una trama fantascientifica che apparirebbe ortodossa anche a un purista della fantascienza. E in effetti pochi altri temi come quello del viaggio nel tempo sono emblematici per la sf. I due registri di genere si fondono armonicamente, confluendo nella figura eponima della novella, una figura di mad doctor che a perfette caratteristiche della sua maschera unisce una acuta, sintetica, esposizione di una mente borderline.

lunedì 2 febbraio 2009

[fantascienza] I contemporanei - Gli orsi scoprono il fuoco (Bears discover fire - 1990) di Terry Bisson (1942- )

E' un racconto celeberrimo e pluriantologizzato (devo averlo in una mezza dozzina di volumi), che senza dubbio merita il titolo di classico benché sia tutto sommato recente. Apparso in origine sull'Isaac Asimov's Science Fiction Magazine, vinse tutti i premi possibili consacrando la fama di Bisson, allora attivo da una decina scarsa di anni; e rimane ancora la sua storia più famosa. La prima volta che lo lessi non mi piacque; rileggendolo mi sono reso facilmente conto di aver fatto in precedenza una lettura superficiale e affrettata, non cogliendo il senso e lo spirito della storia.

Innegabili echi simakiani intessono questa fiaba allegorica che assume contorni bucolici: sorta di elegia al tempo che fu e, contemporaneamente, invito al recupero in futuro di una dimensione spirituale perdutasi nei ritmi e nei miti di una modernità che sottrae all'uomo la sua anima lasciandogli in cambio una ricchezza materiale fonte di stress e alienazione. Frammisti alla quiete evocata e che spira dalle pagine del racconto, i guizzi di un umorismo sottilissimo che Bisson utilizza per spiazzare il lettore, per precisare il senso e il significato delle frasi e il sentimento della storia; soprattutto per creare uno straniamento surreale che trasporta il racconto in una dimensione intermedia tra fantascienza e fantasy che modella i toni fiabeschi della narrazione (la prima apparizione degli orsi del titolo all'interno della storia è una vera e propria irruzione del tutto improvvisa dell'inaspettato e dell'assurdo in una trama che appariva realistica fino al naturalismo). Qui è la differenza del Kentucky di Bisson rispetto al Wisconsin di Simak: questo più precisato da una tridimensionalità umanista, quello più sfumato verso i territori di una fantasia dalle implicazioni spiritualistiche e che impercettibilmente rimandano a certe atmosfere di Bradbury.

I personaggi di Bisson sono però indubitabilmente affratellati a quelli di Simak. Straordinari i dialoghi come le descrizioni dei silenzi, attraverso i quali essi emergono con una nettezza e una forza che non si riscontrano con frequenza. Il protagonista principale Bobby, sua madre (la Mamma), suo fratello Wallace sr. e il figlio di questi Wallace jr. sono gli attori e gli interpeti simbolici del confronto antico/moderno, ma anche visione/cecità e libertà mentale/schiavitù conformistica. Wallace sr., il personaggio che più resta sullo sfondo, risalta tuttavia dal contrasto con gli altri; egli è uomo profondamente inserito nei meccanismi della vita odierna e insofferente di un fratello maggiore che gli appare retrogrado e inadeguato, il quale in realtà lo sopporta con benevolenza fino a un paterno compatimento. Tra questi e il nipote Wallace jr. esiste un legame di vicinanza che il ragazzino non può avere con il padre, spiritualmente sconnesso dalla vita e dalla sua essenza, sperso all'inseguimento di un successo che altro non è che mera sopravvivenza. Zio e nipote instaurano un legame mentore/discepolo naturale e istintivo e sono invece alla ricerca dei confini e dei contenuti di una vita che non si limita alla sopravvivenza o al raggiungimento di obiettivi profani, ma assume il significato di una comprensione di sé e ancor più del mondo circostante, fisico e meta-fisico (emblematica l'esplorazione che essi fanno di un terreno a cento metri dalla casa e dove neppure lo zio era mai stato, in una autentica e genuina riappropriazione della natura e del posto dell'uomo e della sua vita all'interno del rapporto con la natura). In questa ottica il personaggio principale è quello, praticamente muto, della Mamma. Madre e nonna degli altri protagonisti umani, ella attende da anni la morte in un cronicario; lo abbandonerà per abbandonare una vita divenuta priva di senso e recuperare un senso non soltanto ad essa, ma anche alla propria morte, che avverrà in completa e raggiunta serenità.

E gli orsi? Gli orsi sono il centro e sono al centro di tutto; sin dalla loro prima apparizione che rammentavo, danno senso alla storia e dettano il ritmo del racconto. Eppure gli orsi non fanno nulla: si limitano ad accendere fuochi e a radunarvisi attorno. Ma è questo non fare il vero fare. Muti perché la parola non serve per ascoltare, e ascoltare la natura è ciò che dona senso alla vita. Muti attorno ai fuochi, gli orsi stanno cominciando un percorso che porterebbe le loro individualità a creare il senso di fratellanza di una comunità unita: ciò che gli uomini vanno invece perdendo nella modernità. Ciò che il protagonista principale ricorda della sua infanzia e giovinezza. Gli orsi sono il richiamo a cui risponde la Mamma, e alla ricerca della nonna e madre, anche Wallace jr. e suo zio. E' nella quiete, nel silenzio totale della notte condivisa con la comunità ursina attorno al fuoco che la Mamma muore, riconciliata con la vita e la morte. Un risveglio, l'ursino e l'umano, che ciascuno potrà vedere come religioso o spirituale secondo il proprio sentire.
Bisson comprime in questo breve racconto molte altre suggestioni e riflessioni; dalle sibilline chiuse di alcune frasi dove andare a scoprire frecciate al nostro stile di vita e modo di essere portate con garbo pari alla inesorabilità si passa a considerazioni sulla giustizia e la legalità appoggiate con leggerezza sul tessuto del racconto, ma che sedimentano nella mente del lettore. Vale davvero la pena cercarlo se non l'avete mai letto.

Gli orsi scoprono il fuoco è come dicevo presente in numerosi volumi, l'ho riletto in Nuove avventure nell'ignoto il volume di Urania Millemondi del marzo 2001 che raccoglieva la seconda parte dell'antologia Fantasy Hall of Fame curata da Robert Silverberg.

Linko They're made out of Meat, un altro, assai breve, racconto di Bisson, inedito in Italia e divertente quanto terribile: http://baetzler.de/humor/meat_beings.html.

domenica 1 febbraio 2009

[fantascienza] Il classico: Scacco doppio (1972) - di Lino Aldani (1926-2009)

Il racconto è disponibile online: http://www.fantascienza.com/magazine/racconti/335/scacco-doppio/

Scacco doppio è una storia difficile da inquadrare, probabilmente impossibile da incasellare. Per fortuna. E' una storia di scacchi, sì; quasi incidentalmente; anche se non così tanto incidentalmente come potrebbe apparire a una prima lettura. E' una storia d'amore; è una storia che descrive - senza descriverla davvero, evocandone il peso opprimente - una feroce antiutopia totalitaria. E' una storia centrata sulla psicologia di un individuo - un meccanismo che ci viene dato osservare nel suo funzionamento: è una storia, infatti, scritta praticamente in flusso di coscienza. Volendo, è anche una storia di orrore: orrore puro e distillato. L'orrore che suscita l'esposizione a nudo delle paure, dei terrori più profondi di un'anima umana. L'orrore della lotta, anzi della non-lotta (non-lotta perché è insensato lottarvi contro: al sistema si è rassegnati), a un sistema sovraordinato al singolo essere umano al punto da restare sconosciuto e inconoscibile. La società evocata dai pensieri dell'anonimo protagonista del racconto è ancora più anonima di lui, totalmente spersonalizzata, riassunta nel dominio di entità (i soldi; il controllo) che hanno perduto ogni connotato materiale per divenire puramente metafisiche, e generare un terrore irrazionale che si traduce nel massimo potere di controllo sullo spirito e la psiche dell'individuo. Una forte attualità.

Con uno stile fatto di frasi smozzicate, di pensieri che si sovrappongono ad altri o ne intarsiano lo sviluppo, Aldani racconta l'attesa del ritorno a casa di Elena, la moglie dell'anonimo protagonista, convocata per un misterioso controllo dalle misteriose Autorità governanti. Elena è il pensiero che giganteggia nella mente del protagonista, che si insinua tra i pensieri delle mosse che egli fa nella partita a scacchi contro l'elaboratore elettronico mentre attende la moglie. Con simbolismo fin troppo scoperto l'imbattibile computer Mark è quel sistema inattingibile e non realmente conoscibile che manovra gli esseri umani come appunto Mark manovra le pedine del gioco (anzi: come le fa manovrare allo stesso protagonista, con metafora qui più sottile). Mark è il sistema il cui funzionamento, le sue regole, rimane incomprensibile, ma che inevitabilmente schiaccia le speranze, la tensione alla libertà, i desideri. La distruzione del tessuto sociale e umano dei lavoratori che si ricostruisce nei pensieri del protagonista sui dialoghi con i colleghi appare il risultato finale del gioco del ragno che il moloch elettronico attua nei suoi confronti. Un consegnarsi (un consegnarci) alle regole (che ci vengono) date da un sistema completamente eterodiretto. Una complicità, anche.


Buona notte, Sofia, precedente di dieci anni, anticipazione disperante del cyberpunk, è il racconto di Aldani che preferisco e ritengo migliore, ma Scacco doppio non gli è davvero inferiore. Uno dei più ostici, certo, per la spigolosità dello stile e la sostanziale inesistenza della trama. Non avviene nulla, e ciò che leggiamo sono gli sprazzi, le finestre che si aprono nel flusso mentale di un uomo; le pause, i picchi della sua angoscia. Controllatamente caotico nello stile, rigoroso nell'analisi, Scacco doppio sembra assumere oggi inflessioni amaramente profetiche, scritto com'è all'inizio di quel grande ripensamento economico arrivato a maturazione in questi ultimi mesi. Profetico o semplicemente attento alla storia di qualche decennio prima.

Storia d'amore, dicevo più su; una storia d'amore priva di ogni tono di delicatezza. Il protagonista ama indubbiamente Elena, ma non può fare nulla per salvarla da un destino di cui in realtà non si sa nulla (e quindi appunto appare più terrorizzante).Né può fare alcunché contro regole che impongono una vera e propria soppressione identitaria della donna e di tutte le donne. La sconfitta è inevitabile anche su questo piano, prettamente privato viene da dire, e tanto più netta quanto più la mera apparenza della normalità sembra ritrovarsi sul finale. Il protagonista si priva anche della sua dimensione intima.

Un racconto che non fa sconti; non ce ne fa, perché nelle sue pagine non è difficile riconoscere le paure, lo sconforto, il senso di inutilità che a volte a tutti capita di provare. Un invito alla riflessione che tuttavia incute il timore di farlo. Tutta la narrativa di Aldani, quanto meno la migliore, propone poca o nulla speranza, o assume una vena malinconica di pessimismo ragionato; questo racconto non solo non vi si sottrae, ma ne è un manifesto.
Ho riletto il racconto in appendice al volume Eclissi 2000 del 1979 che pubblicava il suo secondo romanzo.

sabato 31 gennaio 2009

Lino Aldani (1926-2009)




Sei stato il padre della fantascienza italiana e ci lasci le tue bellissime storie come lascito per il futuro.

Grazie. E buona notte, Lino.

http://blog.librimondadori.it/blogs/urania/2009/01/31/lino-aldani-1926-2009/

lunedì 19 gennaio 2009

[fantascienza] Il classico: Diritto di voto (Franchise - 1955) - di Isaac Asimov (1920-1992)


Era il 4 novembre 2008, giorno dell'elezione del Presidente degli Stati Uniti. Se con la coda dell'occhio non avessi còlto la data sfogliando le pagine del racconto, capitatomi per caso tra le mani, non lo avrei riletto. Lo ricordavo con buona precisione, ma non ricordavo certo che la data fosse proprio quella di... domani.

Per i più profani la fantascienza è una sorta di palla di vetro, e gli scrittori che se ne occupano sono dei maghi da luna park con tanto di cappello da Mago Merlino dei cartoni animati, magari con la differenza che con le loro previsioni ci azzeccano. I lettori sanno bene, invece, che la science fiction di rado coglie il dettaglio delle innovazioni tecnologiche, e a volte neppure il quadro complessivo (internet non è il cyberspazio, non ancora per lo meno se mai lo sarà: nonostante il cyberpunk abbia informato di sé l'immaginario degli ultimi anni); a volte vi riesce se il dettaglio è già percepibile nel quadro complessivo attuale: così Cleve Cartmill ricevette a casa una visita di agenti governativi che gli chiesero conto del fatto che in un suo racconto (Deadline) pubblicato su Astounding avesse spiattellato quelli che avrebbero dovuto essere i particolari segreti della bomba atomica, e mostrò e commentò loro tutti gli articoli pubblicati su giornali e riviste dai quali aveva tratto le informazioni necessarie per descrivere la bomba. Ma al di là di questi vari aspetti, ciò che spesso davvero riesce alla fantascienza è cogliere gli elementi iniziali di una tendenza, scientifica e ancor più sociale. O se non cogliere gli elementi iniziali, focalizzare quegli elementi ancora scarsamente avvertiti o affatto inavvertiti; farsene sistema di allarme (o, con tristezza, inascoltata Cassandra). Da qui, la forza che agghiaccia di Diritto di voto.

Seppur con l'abituale eleganza verbale e sottigliezza, Asimov fa uso nell'occasione di uno stile che gli è per solito inusuale: la ferocia. All'ironia leggera, all'umorismo offerto con garbo al lettore, anche laddove fustiga i difettucci umani, qui sostituisce una satira abrasiva, perfino cattiva. Inavvertita, sotto quella patina di eleganza sorniona, ma ben presente. Scentra l'obiettivo nei dettagli; ma con un racconto di quasi cinquantaquattro anni or sono puntato sul nostro presente, questo è nel gioco; tuttavia non scentra il quadro: gli Stati Uniti che Asimov ci racconta sono il precipitato finale di una democrazia apparente. Il governo reale - dell'economia, della società, dell'azione politica - è riassunto in un sistema impersonale, onnicomprensivo, remoto e inconoscibile (fisicamente remoto e inconoscibile), definitivamente esternalizzato rispetto alla natura umana, perfino più degli gnomi di Wall Street: Multivac. All'elaboratore ultimativo, presente anche in altri racconti, è demandata l'organizzazione vera, la reale strutturazione delle attività umane tutte. Agli uomini - anche al Presidente, questo è sottinteso ma chiaro - il compito di eseguire i dettami della Macchina che, tutto prevedendo, decide sempre e comunque per il meglio. E si esprime attraverso i suoi ingegneri/interpreti in camice bianco, i nuovi profeti. Tuttavia la democrazia è salva: le elezioni si svolgono ancora. Che siano svuotate di senso, come lo sono state sostanzialmente da anni quelle succedutesi nella nostra realtà, ha poca importanza: il rito è perfino più simbolicamente potente, più suscitatore di entusiasmi e attese. Multivac, l'onnipotente sapere, possiede tutta la conoscenza necessaria per scegliere chi deve occupare ogni singola carica "elettiva" del paese per il bene della popolazione (un po' come la pubblicità che conosce i nostri bisogni e desideri meglio di noi stessi), ma è carente dell'imponderabile elemento umano. Qui si inserisce il simulacro ritualizzato, e per questo simbolicamente decisivo, del voto. Il 4 novembre 2008 tocca a Norman Muller, commesso in un grande negozio di una anonima cittadina dell'Indiana, rappresentare la nazione al voto. Questo Joe the Plumber ante litteram mima in sé l'essenza del gioco democratico portato a piena distillazione: il voto di ciascun elettore è potenzialmente decisivo, quindi un solo voto _è_ decisivo, e sufficiente, per il costitutivamente saggio Sistema incarnato da Multivac. O meglio: disincarnato. Norman Muller sceglie per la nazione, per tutti i suoi pari tra i quali è stato casualmente scelto. E ne sarà giustamente orgoglioso, come ogni elettore che concorre alla scelta del proprio governo. E' però proprio qui che Asimov diviene perfino crudele, emette un vaticinio che suona sinistro. Norman Muller, l'Elettore/elettorato, sussume l'impotenza del nostro elettore reale. Il voto - la Scelta - consiste in un interrogatorio al quale il Sistema sottopone l'Elettore attraverso i suoi Interpreti. Interrogatorio misterioso, privo di logica apparente, terrorizzante (un po' fantasioso sondaggio, insomma). Terminato l'interrogatorio Norman è congedato dall'ingegnere/profeta senza poter conoscere chi il Sistema abbia scelto sulla base delle risposte da lui fornite. Non è importante, ovviamente: il Sistema sceglie sempre con saggezza. E se non lo fa, come Asimov ci racconta essere accaduto nel 1988, deve essere perché l'imponderabile elemento umano avrà avuto un difetto. Ma non se ne può fare a meno: è la democrazia. Attorno al rituale e a Norman, con eleganza e understatement, Asimov fa muovere un teatrino di personaggi, ridotto ma rischiarato da una completezza sufficiente ed efficiente a rappresentare tutta una società: la moglie Sarah, il cittadino di buon - e un po' rapace - senso, pronto a cogliere le occasioni; la figlia Linda, quella tabula rasa su cui il Sistema può scrivere ciò che vuole (con la complicità della sua famiglia); il suocero Matthew, la memoria storica - impotente - che inevitabilmente verrà un giorno meno; l'agente Handley e l'anonimo ingegnere/interprete di Multivac, le due facce dello stesso potere materno e mellifluo quanto inesorabile e duro. E naturalmente Multivac, il Sistema che l'uomo comune non può conoscere, comprendere, attingere. Né tanto meno controllare, per quanto egli lo "scelga".

Pluriantologizzato, credo che l'ultima pubblicazione del racconto sia stata nel volume in cui ieri l'ho riletto, lo splendido Cinquant'anni di futuro, celebrativo del cinquantenario di Urania.

domenica 14 dicembre 2008

[fantascienza] I contemporanei - la narrativa di Ted Chiang (1967- )



Nei circa diciotto anni trascorsi dal suo esordio letterario nel 1990 l'assai poco prolifico scrittore sino-americano Ted Chiang ha pubblicato dieci tra racconti e novelle, e nessun romanzo. Chiang è spesso indicato negli ultimi anni come il miglior scrittore di fantascienza vivente, e la pubblicazione in poche settimane dell'antologia che raccoglie i suoi primi otto lavori ("Storie della tua vita", per Nuovi Equilibri) e del suo ultimo racconto ("Il mercante e il Portale dell'Alchimista", su Robot n.55) ha finalmente reso possibile una sguardo cronologico, organico e praticamente completo del suo lavoro. Al di là delle iperboli sempre associate alla parola "migliore", non vi è dubbio che Chiang sia della pasta dei Dick, dei Lem, degli Asimov, dei Simak o dell'altra dozzina scarsa di scrittori che hanno fondato, plasmato, trasformato e ogni volta ampliato le strutture, i limiti e le possibilità della fantascienza entro i suoi confini di genere commerciale: rendendola la letteratura che riflette sull'uomo e sulle frontiere che egli affronta: storiche, percettive, conoscitive.

Chiang si presenta in tutto come uno scrittore di fantascienza dell'ultima generazione: la sua narrativa è complessa, articolata, profonda e da seguire con attenzione: a volte i suoi racconti appaiono come piccoli saggi in grado di rendere affascinanti argomenti assolutamente ostici; poderosi nello scardinare le vecchie convenzioni sulla scienza nella fantascienza come puro pretesto per avventure standard mascherate; ciò che lo rende diverso da altri autori di rilievo è che la sua narrativa risulta più complessa, articolata, profonda e da seguire con attenzione della loro; mantenendosi più affascinante nel guidare il lettore attraverso le complessità e i labirinti delle trame; scardinando quindi con naturalezza assoluta e completezza quelle vecchie convenzioni: in Chiang la scienza, e più generalmente le ramificazioni dello scibile e del conoscibile, sono davvero al centro della speculazione e della narrazione. Ed è una scienza - e una conoscenza - pienamente accettata, mai temuta, sempre indagata con curiosità, penetrazione intellettuale e competenza, e il più consapevole infrangere gli schemi intellettuali conformistici. Lo stile è l'architettura comunicativa che contiene e modella questo materiale ispirativo ricchissimo; e ne viene a sua volta influenzato e plasmato. La scrittura di Chiang è articolata e complessa quanto ciò che egli descrive e quanto il fitto ordito delle sue trame. Una scrittura barocca, ma di un barocchismo "scientifico", ritmato dal dipanarsi con implacabilità e precisione matematica degli sviluppi narrativi: nulla davvero è lasciato al caso nei suoi racconti, e ogni elemento si incasella con esattezza; e tutto ciò avviene fino a mostrare al lettore, nei finali, la completezza di un meccanismo che è mirabile gioco a incastro. Ma più che gioco: esecuzione di un programma. Le storie di Chiang posseggono il fascino dei racconti di un bardo moderno, per quanto ardui da penetrare possano apparire al lettore frettoloso. Ci si deve concedere l'agio e il tempo di gustarli.


Seppure il corpus delle sue opere sia così limitato quantitativamente, Chiang vi ha compresso una gran parte delle variazioni narrative che la fantascienza ha elaborato nella sua storia: alieni, superuomini, viaggio nel tempo, storia alternativa, riflessioni sulla religiosità come sulla scienza, rivisitazione e rielaborazione del patrimonio mitologico umano; con irrisoria facilità supera quello steampunk tanto in voga anni fa approfondendone il gioco e arricchendolo di considerazioni sulle modalità della conoscenza. All'interno di questa variegata molteplicità di ispirazioni, vi sono sicuramente dei temi maggiormente ricorrenti e in certo modo fondanti e propulsivi. La comunicazione in ogni suo aspetto è forse il più evidente e importante, e non a caso: alla base di ogni interazione tra esseri intelligenti vi è la necessità di comunicare; e le difficoltà inerenti a questa necessità, gli equivoci e le distorsioni che nascono dalle differenze che segnano il fenomeno rispetto a ciascun individuo, ciascuna cultura, ciascuna specie, non solo sono argomento appetibilissimo di indagine speculativa, ma anche fonte pressoché inesauribile di spunti narrativi tra i più interessanti. L'originale rielaborazione dei miti e delle storie umani è il secondo pilastro della narrativa di Chiang: dal suo primo racconto, "Torre di Babilonia", a quello che per ora è l'ultimo, "Il mercante e il Portale dell'Alchimista", passando per "Settantadue lettere" e "L'Inferno è l'assenza di Dio", Chiang non si limita a usare la sterminata eredità religiosa, mitografica e letteraria dell'umanità per raccontare delle storie su di essa - cosa che ugualmente fa con capacità affabulatoria invidiabile - ma si pone e raggiunge l'obiettivo di analizzare i meccanismi psicologici, culturali, sociali che sono alla base di essa eredità. L'alterità è il terzo aspetto caratterizzante di gran parte del lavoro di Chiang; è banale che la fantascienza descriva un'alterità rispetto alla nostra realtà, e tuttavia troppo spesso se non quasi sempre, questa alterità è tutta di superficie, e basta scrostare un minimo lo strato superiore per veder affiorare un universo narrativo che non si discosta dalla peggiore banalità della letteratura realistica più deteriore, appena mascherata. Le realtà narrative di Chiang sono invece autenticamente altre dalla nostra, eppure molto più aderenti alla sostanza intima della nostra umanità e della nostra identità psicologica e sociale. E universi dove le leggi scientifiche sono completamente stravolte, ma pur obbediscono ferreamente al metodo scientifico; cosmogonie arcaiche che pur si strutturano con maggior coerenza dei voli pindarici di certa moderna cosmologia; il tutto ordinato dall'incessante e accuratissima curiosità indagatrice e chiarificatrice dell'autore: perché la chiarezza è sempre l'obiettivo finale di Chang, che invariabilmente va a bersaglio.


Chiarezza; fascino; complessità; sfida intellettuale; originalità di pensiero: i racconti di Ted Chiang offrono tutto questo, parlando in prima istanza al nostro essere pensante, ma attraverso di esso arrivando alle nostre emozioni a un livello di intimità che non ricordo di aver sperimentato con altri scrittori di fantascienza (e assai raramente in ogni caso). Non è possibile definire convenzionalmente come "divertente" la sua narrativa, ma è perché Chiang ridefinisce, quanto meno in ambito fantascientifico, il contenuto semantico del vocabolo.

lunedì 8 dicembre 2008

[fantascienza] I contemporanei: Coney Island della mente (A Coney Island of the mind - 1993) di Maureen F. McHugh (1959- )

Negli Stati Uniti, dove è nata e vive, Maureen McHugh è considerata tra le principali scrittrici contemporanee di fantascienza, in Italia di suo è arrivato pochissimo. "A Coney Island of the mind" è un breve racconto, che ben rappresenta la fantascienza dei nostri giorni: si potrebbe definirlo cyberpunk - e in superficie lo è - se non fosse che in realtà ciò di cui parla è l'amore. Definirlo un racconto d'amore è in parte inesatto - non è precisamente un racconto d'amore ;-) - ma cercherò di spiegarmi con maggiore accuratezza tra poco. Per ora diciamo d'amore, ai tempi futuri (ormai presenti?) della realtà virtuale. L'amore ai tempi del cyberpunk, o l'amore cyberpunk tout court: l'ambientazione è quella, almeno. Si tratta di ambientazione, atmosfera, sfondo: la McHugh è poco interessata alle trasformazioni che la tecnologia potrebbe provocare nell'uomo, e focalizza la sua attenzione sui punti fissi dell'agire umano - nonostante i mutamenti tecnologici. Non l'uomo cablato o l'ibrido uomo-robot di molta sf recente, ma un uomo simile a noi alle prese con i nuovi mezzi tecnologici a sua disposizione. Da una parte è una scelta che appare meno coraggiosa, d'altro canto permette di rapportarsi in modo più immediato alla nostra realtà e di proporre uno sguardo più "panoramico" sull'umanità. Da prima dell'uomo il pavone fa la ruota per attirare la compagna: si maschera. E gli esseri umani tengono lo stesso comportamento: si mascherano, travisano la propria identità. Per presentarsi al meglio, per presentare all'altro o all'altra ciò che egli o ella cerca. Per il puro gusto dell'inganno. Lo scopo è far nascere l'amore nell'altro o nell'altra, o con rapidità e semplicità ottenere sesso. Ecco, questa è la storia da una parte di un predatore in maschera che cerca sesso, e dall'altra di una preda in maschera che per un momento spera - crede - di aver trovato l'amore. L'identità mascherata è ovviamente un tema letterario potente che si presta come pochi altri a sondare la psicologia umana; sulla breve lunghezza di questo racconto non vi è spazio sufficiente per un'analisi profonda, e tuttavia la McHugh è abile nel buttare lì con sbadatezza sardonica un paio di osservazioni centrate sulla natura umana. Sul bisogno di mascherarsi che è nella natura umana, pulsione propria prima ancora che finalizzata ad altro; sulla necessaria complicità dell'ingannato a farsi ingannare dall'ingannatore; sull'effetto consolatorio e ludico della menzogna. "A Coney Island of the mind" non raggiunge, nel campo della sf, la complessità immaginativa e l'analiticità sociale e psicologica de "Il Faleno Lunare", uno dei più bei racconti del decano della fantascienza Jack Vance, tuttavia instrada bene il lettore sui binari di una riflessione che parte dal futuro prossimo per mostrargli una delle più tipiche coazioni a ripetere della nostra specie. Chi siano nella realtà reale Cobalto e Lamia, i protagonisti della storia, Maureen McHugh non lo dice in modo esplicito, ma lascia che le azioni nella realtà virtuale parlino per loro. L'alternarsi dell'eleganza della prosa nelle parti descrittive e "romantiche" con uno stile colloquiale e in slang nel dialogato è di particolare efficacia in questa azione rivelatoria per accenni. Certo a Cobalto avrebbe giovato qualche incursione in meno nelle sue geografie mitiche moderne - Coney Island oltre che il luogo virtuale dell'azione è qui il simbolo della possibilità infinita, della libertà della vita romanticamente intesa, come chiarisce il richiamo esplicito a "I guerrieri della notte" di Walter Hill (a parte Ferlinghetti, cui si richiama ancor più esplicitamente l'autrice con il titolo, inneggiando alla gioia nella via) - e qualche lettura in più sui miti dell'antichità classica: avrebbe ricordato che le Lamie sono dei predatori sotto false spoglie, dei vampiri ante-litteram. Peraltro, chiunque fosse, Lamia si rivela un predatore abbastanza innocuo che si limita a rubacchiare all'ingenuotto che si finge figaccione un po' di sesso veloce. Pubblicato in origine sulla Isaac Asimov's Science Fiction Magazine, la rivista cartacea più influente degli ultimi trent'anni in USA è un racconto tipico dello stile che è venuto affermandosi sulla rivista, che ha ospitato e ospita le tendenze più moderne e letterariamente ambiziose della sf, e che ha contribuito a imporle.

In Italia è apparso nel 1995 sulle pagine del n.9 della terza incarnazione dell'edizione italiana della Asimov's, quella targata Telemaco/Phenix di Daniele Brolli: una delle tante sue iniziative editoriali malamente finite, probabilmente la migliore e che avrebbe senza dubbio meritato migliore fortuna.